Un Chianti? No Grazie, un Chianti Classico!

Il dibattito tra i Soci del Consorzio Chianti Classico sta proseguendo, le considerazioni sui singoli punti sollevati dal CdA e che andremo a votare presto sono diverse, ma l’unanimità del dibattito si converge sul fatto che occorrerà d’ora in avanti cercare di affrontare la questione del vino Chianti, unica denominazione in Italia che richiama il nome di un altro territorio. Infatti nel territorio del Chianti (geograficamente chiamato Monti del Chianti) si produce solo il vino Chianti Classico Docg e non il vino Chianti.

La madre di tutte le battaglie negli anni avvenire è proprio questa esosa questione: si può cercare di innalzare la “piramide qualitativa” del vino Chianti Classico, ma rimane tra la stragrande maggioranza dei consumatori la non facile distinzione tra vino Chianti e vino Chianti Classico. In questa ottica anche il marchio Gallo Nero, ritenuto dalla maggior parte dei Soci l’unica vera distinzione visiva tra i due vini, non sembra bastare. Interessante l’opinione di chi ritiene che il marchio Gallo Nero non serve a nulla, ed anzi trascini verso il basso tutti i vini in quanto è un marchio che non garantisce la qualità mentre oggi quel che conta è l’effettiva qualità del vino e il Marchio Aziendale non la denominazione.

I marchi aziendali, il prestigio di un’azienda produttrice, secondo voi, sono più o meno importanti di una denominazione? Vale la pena investire milioni di euro in un marchio di territorio e quasi nulla per la sua effettiva difesa?

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8 pensieri riguardo “Un Chianti? No Grazie, un Chianti Classico!”

  1. Buongiorno Paolo,
    "ma rimane tra la stragrande maggioranza dei consumatori la non facile distinzione tra vino Chianti e vino Chianti Classico"
    questa te la sottoscrivo (avendo ripreso a lavorare in un ristorante), cmq in compenso qualcuno distingue ancora le due denominzioni grazie al Gallo Nero.
    Personalmente investirei nella conoscenza/promozione del "territorio" Chianti Classico e di conseguenza nella denominazione; ovvio che le aziende tengono al lustro del loro prestigio acquistato nel tempo a discapito (forse) della denominazione.
    Un salutone,
    Alessandro

  2. AZ, anche tu hai centrato una questione: chi ha già un nome forte, un vino forte IGT, fatto con lo stesso uvaggio del disciplinare Chianti Classico, fa una concorrenza alla denominazione a scapito della medesima: ai suoi occhi la denominazione appare rivolta verso il basso. Invece, chi usa la denominazione per i suoi vini, crede nel territorio, ecc. i supertuscans igt appaiono come concorrenza sleale anche perchè i vigneti a igt non sono controllati, mentre i vigneti Docg lo sono al 100% (e pure il vino).

  3. il galletto deve essere un marchio dato solo all’alta qualità..fino ad ora era dato a tutti in base ai numeri di carico potenziale….e sui soldi spesi fino ad ora sul ”volatile”..sono serviti…? non credo che siano stati pochi…! di solito quando si tira le somme ..”si fanno i conti”…e qualche ”testa cade”…. addirittura si prelevano soldi anche agli utilizzatori della denominazione x attività di propaganda del marchio..oramai ben spennato!..se non si ricomincia da qui…come si può far credere al consumatore che ”il classico” è migliore del ”superiore”? ?

  4. Sul marchio mi sembra che si ragioni al contrario di come si dovrebbe. Il valore al marchio lo può dare la credibilità e serietà del territorio, ma invece ci si aspetta che resuscitando e promuovendo il marchio il territorio verrebbe valorizzato. Non ci credo. La difficile situazione del CC è anche effetto di decenni di promozione del marchio,senza contenuti veri. D’accordo,il gallo rappresenta il CC,ma il problema è che non si sa cosa c’è dentro il CC. Invece riportiamo l’attenzione sul territorio,riorganizziamo la denominazione parlando dei comuni,creando le sottozone,le denominazioni varietali… riportiamo l’anteprima sul territorio,rilanciamo il CC per quello che è: una zona in trasformazione,che comprende diversità estreme,che ha una lunga storia ma che è anche una delle zone vinicole più nuove. Non si può andare all’indietro,ma nemmeno dimenticarsi chi siamo.

  5. E UNITA’ NELLA DIVERSITA’. Poi il gallo che è molto riconoscibile potrà servire,ma se non si lavora sul contenuto non si va da nessuna parte. Il consorzio non può fare molto nè per la qualità,nè per alzare i prezzi. Ma potrebbe riorganizzare per davvero la piramide per renderla più aderente alla realtà,alle sue molte sfaccettature,e poi comunicare queste diversità.Smettiamo di parlare di UN chianti classico,ce ne sono molti,e molto diversi, e sarebbe ora che la denominazione lo riconoscesse.Gli appassionati di vino già lo fanno.Allargare ad altre denominazioni varietali sotto il cappello del CC permetterebbe di non dovere vedere confrontati nello stesso mazzo vini di Sangiovese e vini Bordolesizzati. Ad ognuno il suo,ma che si dica in etichetta.

  6. @ Roberto, Sono d’accordo con quanto dici però scrivere in etichetta la composizione varietale-senza che ci possa essere una possibilità di dimostrare che quanto sia dichiarato sia veritiero-è una cosa temo poco opportuna e poco al passo con i tempi: occorre che il disciplinare sia quanto più possibile verificabile e dimostrabile e questo a tutela sia del consumatore, sia del produttore e consorzio stesso, altrimenti c’è il concreto rischio che venga dichiarato in etichetta quello che conviene a scapito di quanto invece magari c’è davvero. Montalcino docet.

  7. Ma se non sbaglio, la legge "generale" già permette di dichiarare i vitigni, basta trovare l’info precisa che non riccordo…
    Se vogliamo publicizzare il territorio, un identità dobbiamo trovarla, impostarla, se non cìè già ??
    Certo con sfumature, ma quelle ci sono comunque.

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