Vino e finanza: boh!

by 18. aprile 2015 12:49

Ho letto un interessante articolo apparso su Repubblica  sulle scommesse finanziarie sul vino (non so perchè ma quando si parla di scommesse mi viene in mente sempre il gioco del poker, dove si vince ma sopratutto si perde).

Per dire la verità non sono un esperto, anzi probabilmente non ho capito molto, ma forse la sostanza è questa:

C'è una corrente di pensiero nel mondo finanziario che comincia a scommettere nelle quotazioni dei fondi di investimento nel vino, come gli impianti e le reti di vendita, completamente staccata dalla produzione e dalle vigne. Si pensa in pratica che si può fare soldi con le azioni che investono in questo tipo di attività.

Nello stesso articolo si sottolinea come i nostri produttori siano agli antipodi rispetto ai produttori americani, sud africani o cinesi: siamo tanti, piccoli, legati alla vigna, alla terra, seguiamo logiche di rendita poco moderne e immobilizziamo grossi capitali.

E' come dire che molti di noi produttori italiani non sappiamo fare finanza per cui, in parole povere, siamo "troppo contadini", e i contadini è risaputo tendono a conservare, come le formiche non come le cicale.

A mio parere ci si dimentica però che "finanza" è spesso sinonimo di speculazione o di ricchezze che si basano sulla carta, tanta carta riservata a pochi completamente slegata dalle vere realtà produttive: è spesso un cancro del mondo contemporaneo.

Dunque, a mio avviso la fortuna del vino italiano può dipendere proprio dal fatto che siamo diversi da tutto il mondo: conserviamo ancora (non so per quanto) il senso della terra, del buon vino e del buon cibo. Che qualcuno ne renda merito.

I misteri del vino

by 27. febbraio 2015 20:06

Tutti sanno che il vino si fa con l'uva. Ma esistono due modi di fare il vino: uno tecnico, l'altro naturale.

Dopo la seconda Guerra Mondiale si producono prevalentemente vini adottando le applicazioni della scienza. Prima di quel periodo si produceva vini solo naturali e inconsapevolmente biologici.

Negli anni, le tecniche enologiche hanno prodotto vini impeccabili anche quando le annate o i vini risulta(va)no malriusciti. Oggi si può affermare tranquillamente che i vini "tecnici" passano agevolmente le commissioni d'assaggio Docg. D'altra parte questi vini sono la maggior parte dei vini venduti, dove quasi sempre è solo il prezzo che fa la differenza nel mercato globale e così competitivo.

I vini prodotti nei luoghi "vocati", e per vocati voglio precisare territori dove il vino da sempre è stato un alimento indispensabile, complementare, necessario per la sopravvivenza delle popolazioni che coltiva(va) la vite, capace di prosperare in condizioni difficili e quindi relativamente facile da coltivare, sono quelli che in tanti modi si scontrano con i vini tecnici. I territori vocati sono territori dove da migliaia di anni il vino viene prodotto (a Radda in Chianti la testimonianza più antica trovata è datata 2300 anni). In questi territori la natura ha sviluppato una sorta di simbiosi con la vite, insieme ai boschi, agli animali, ai funghi, ai batteri e ai microorganismi e agli uomini. Questa si chiama salubrità.

Costano un pò di più (personalmenteo nel 2010 ho perso il 75% di produzione) e si scontrano spesso con i vini tecnici nelle chiacchiere tra gli addetti ai lavori e gli appassionati  Però è importante notare come i vini naturali (bio-logici o dinamici), di territorio, se pur qualche volta imperfetti, offorno emozioni e sensazioni non omologate e a volte emozionanti. Addirittura a volte non riescono paradossalmente a superare facilmente le commissionin di assaggiop per ottenere la Docg, così tanto il palato degli esaminatori è omologato. Ma sono salubri, sono alimenti, si bevono con il cibo, non sono vini voluttuari da potersi bere ovunque dove il rischio dell'alcoolismo è dietro l'angolo.

Per questo occorrerà lavorare tanto per far emergere sempre più questi vini (di territorio vocato) e con loro i produttori che li interpretano.

Il vino senza fronzoli

by 13. febbraio 2015 19:32

Il vino è un qualcosa che va al di la della comprensione, è un mistero umano. Sentite questa:

Un vecchio contadino, il Gigli qui a Radda in Chianti, produttore di qualche quintale di vino per consumo, ma anche per la vendita, produceva vino che in alcuni anni gli veniva male. Normale, perchè chi produce vino senza tanti fronzoli, magari bio- o al risparmio, è più suscettibile delle differenze stagionali.

Insomma, per farla breve, anche quando il vino non era all'altezza, lui ci si abituava. Ci si abitua al gusto così tanto che è difficile cambiare. E lui si abituava così tanto, che se doveva andare a cena da qualcuno si portava il Suo vino, per non bere il vino degli altri e perdere l'abitudine di bere quel Suo vino, quel Suo Amore, che anche in annate difficili amava.

Una piccola storia.

Meglio un vino di territorio

by 30. gennaio 2015 22:32

Meglio un vino di territorio che un vino industriale.

Veronelli forse scriverebbe così invece di usare il termine di contadino. Particolarmente appropriato oggi, dopo il gran rumore del vino Chianti Classico venduto da LIDL a euro 3,99. Oggi come non mai occorre differenziarsi sul mercato che, ancora forse non per molto, oltre agli industriali è fatto anche da artigiani che lavorano e si spaccano la schiena nei territori e che rappresentano il presidio "vero" dell'ambiente e espressione dei territori, nel bene e nel male.

La denominazione vino Chianti Classico esce un poco imbarazzata da quanto circola in rete. Giustamente. L'attuale piramide pseudo-qualitativa dove all'apice c'è la Gran Menzione, e poi la Riserve e poi il vino base, si scontra con la realtà dove la confusione regna e che questa piramide ha accentuato. Dove dominano i colpi della potenza e unità dei grandi imbottigliatori che a volte sono anche produttori. Sono loro che attraverso le banche decidono i prezzi e il mercato della maggior parte del vino. E sono gli artigiani che spesso subiscono il mercato, grazie alla frammentazione e alla difficile visione unitaria: la voce dei vignaioloi, dei piccoli produttori rimane sempre indietro.

Quindi non demonizzo il ruolo degli industriali, anzi. Non denigriamo chi, industrialmente, offre vini a basso costo. Questi vini, frutto di vendite di vino sfuso al ribasso e da imprenditoria molto sviluppata, possono senz'altro soddisfare consumatori che cercano un minimo di qualità a prezzi bassi. Ad ognuno il proprio ruolo.

Ma occorre trasparenza nella confusione attuale dell'offerta del vino Chianti Classico. A parte la confusione tra Chianti e Chianti Classico, si può senz'altro affermare che oggi la valorizzazione dei vini passa attraverso il territorio. Visitare le cantine, conoscere i luoghi, le persone e i vignaioli è quanto di meglio il mondo del vino offre in Italia. Allo stesso tempo per la sopravvivenza dell'artigiano del vino, che produce e presidia i territori, confondersi con queste grandi realtà imprenditoriali è deprimente e drammatico. Non si può paragonare i costi di produzione e distribuzione tra chi produce poche migliaia di bottiglie e chi ne imbottiglia milioni. Quindi crea scandalo veder vendere alla distribuzione vini a prezzi così bassi che a un piccolo artigiano, appunto, viene un groppo alla gola.

Io ritengo che lo spazio ci sia per tutti. Per questo motivo è urgente e mi riferisco alla mia denominazione di riferimento Chianti Classico, ma anche in generale per altre realtà vitivinicole italiane, il riconoscimento della diversificazione visibile in etichetta tra produttore/imbottigliatore di località e semplice imbottigliatore. Dunque la differenza deve essere netta e riconoscibile al consumatore. Nel territorio del Chianti Classico questa operazione sarebbe veramente facile, cominciando con le Menzioni Comunali, embrione della zonazione, che già esiste di fatto grazie a Alessandro Masnaghetti con la sua mappa.

La differenza dei territori, la differenza nei territori, la differenza dei produttori. La differenza tra un vino di commerciante e di territorio. Questo è il futuro.

Già in Francia, in Borgiogna, tutto questo è netto: la bottiglia del "negociant" è visibilmente riconoscibile dal produttore/imbottigliatore e curiosamente spesso il negociant offre vini migliori! Sarà dunque il mercato a decidere cosa acquistare, con chiarezza. Una bellezza.

Oggi il mondo reale gira velocemente, le politiche sono sempre in ritardo; nel caso del Consorzio vino Chianti Classico le decisioni sono sempre lente. Io spero solo che i comunicatori, i giornalisti aiutino la realizzazione di questo progetto e costringano in qualche modo a far prendere velocemente decisioni in merito.

Chianticlassicocollection e Terre di Toscana

by 23. gennaio 2015 11:19

Quando si fa il vino, dalla vigna fino all'imbottigliamento di ogni anno, il tempo passa e ogni volta sembra più difficile. Un pò sarà per l'età, un pò perchè si diventa più esigenti.

E ogni anno, ogni volta, si pensa di aver fatto il miglior vino (di sempre). Per poi invece scontrarsi con la realtà delle cose. Il vino deve essere venduto, inutile fare ottimi vini o presunti ottimi vini, se non si vendono. Vendere è più importante che produrre (La Bocconi dixit).... ma sarà poi così vero?.

Io spero di no, spero sempre che il vino sia riconosciuto non per quel che si dice, ma per quelle emozioni intime che può regalare, anche ai più inesperti. Le sensazioni, quelle più personali senza influenze, quelle che si basano sull'istinto, dovrebbero avere il sopravvento su tutto il resto. E' difficile, lo so.

Il nuovo Chianti Classicvo Caparsino Riserva 2011 imbottigliato ieri, ad esempio, sarà in grado di stimolare a sufficienza gli istinti? sarà un capolavoro oppure riceverà molte critiche? Si saprà valorizzare?

Domande che cominceranno ad avere rispposte alla Chianticlassicocollection e a Terre di Toscana.

Piccoli pensieri di un vignaiolo

by 15. novembre 2014 19:03

Il mondo è difficile da interpretare, ma anche il mondo del vino per chi lo vive lo è.

Questa notte non ho dormito, i pensieri correvano senza sosta nel tentativo di trovare il bandolo della matassa per lavorare con i tempi, la natura, le opzioni e le mille variabili del vino che ho in cantina. Ieri con Federico Staderini abbiamo cercato di intuire le migliori combinazioni per fare il meglio, per razionalizzare, per imbottigliare, per unire o separare. E' incredibile quanto l'opera umana possa condizionare il vino, e come sia importante scegliere e decidere per continuare a fare questo lavoro: non posso fare quello, posso fare così, ma anche così, però se faccio così non posso ottenere questo o realizzare questo...

E allora non si dorme pensando alle soluzioni, notti insonni, il cervello gira come una trottola anche se si è stanchi, fino ad arrivare a nessuna conclusione.

Certe scelte si affideranno al "lì per lì". Impossibile pianificare. Impossibile fermarsi, il mondo va per conto suo, noi, io, dobbiamo solo inseguire il tempo per rimanere in questa Natura che sta impazzendo (Vedi la foto della Forsythia in fiore il 14 Novembre 2014).

Come superare il concetto della qualità dell'annata

by 26. settembre 2014 19:58

Da decenni si parla della vendemmia del secolo, oppure della vendemmia triste. Credo che superare i pregiudizi sia la sfida per il futuro.

Ogni anno racchiude un essenza esclusiva propria dell'annata. I miei ricordi: la 2002 e la 2003. Annate opposte. La prima solo due settimane di sole, poi pioggia sempre, la seconda caldo estremo e siccitoso con 42 e più gradi per due mesi e mezzo. Vini completamente differenti, ma proprio per questo, in diversi casi, unici e ottimi. Si perchè il lavoro dell'uomo PUO' condizionare in modo vantaggioso il corso della Natura. Ho assaggiato dei 2002 ottimi, eleganti e fini, ho assaggiato 2003 vigorosi, inebrianti e tosti.

Quello che vorrei sottolineare è come la capacità dell'uomo, magari un'azienda un'anno e l'altro anno un'altra, possa condizionare in modo unico l'annata sfruttandone la peculiarità.

Le grandi annate, le piccole annate, sono concetti riduttivi modellati per un consumo veloce e superficiale, magari adatto a quella informazione scadente sempre più potente ai tempi nostri.

Quel che occorre secondo me è divulgare le specificità delle annate: come si fa a dire che è migliore un vino più esile che un vino più corposo? O roba del genere? Un vino è ottimo quando è salubre, quando ti ricordi il vino che hai bevuto, quando ti rende lucida la mente, quando ti rende positivo e elaborativo. L'annata PUO' essere secondaria.

Fuori dal coro

by 28. agosto 2014 12:17

Mi dispiace ma mi sento fuori dal coro. L'annata è difficile, ma come tutte le annate occorre risolvere stoicamente situazioni sempre diverse. Ho scritto "mi dispiace" perchè capisco perfettamente quei viticoltori che hanno vissuto una stagione catastrofica per la grandine, per la pioggia a catinelle, per la peronospora e a cui l'antico proverbio "mal comune mezzo gaudio" istintivamente viene in mente. Ma non è così: L'Italia è lunga e i microclimi sono tantissimi, per fortuna.

Oggi mi sento di dover dire che sono molto soddisfatto qui a Caparsa: uva abbondante e maturazione che procede, grazie a molta fortuna e probabilmente alle temperature notturne molto basse di quest'anno che hanno evitato l'insorgere della peronospora anche grazie a pochi ma perfetti trattamenti antiporonosporici e al duro lavoro della legatura delle viti. Unica preoccupazione è la botritys, che condizionerà l'epoca della vendemmia. Epoca che al momento è impossibile prevedere. Giorno per giorno occorrerà giudicare per fare i giusti compromessi e decidere l'inizio. Si prevede un Settembre e un Ottobre nella norma, per cui, intrecciamo le dita!

Vino libero, Vino occupato

by 31. luglio 2014 07:09

Ieri sono andato all'IKEA ed ho scoperto L'Associazione Vino Libero. E davvero sono rimasto imbambolato a leggere e rileggere il manifesto che troneggia sul dispenser di vino a bicchiere. La prima cosa che ho pensato è che, io produttore BIO, mi sia perso qualcosa. La seconda è che, leggendo la tabella comparativa tra i vini convenzionali , vini bio e vini liberi, il Biologico sia una presa di culo. Nella tabella comparativa si legge chiaramente che il vino convenzionale può contenere fino a 150 mg/l di solforosa, quelli bio fino a 100 mg/l e quelli liberi fino a 90 mg/l (questo leggendo la prima linea, poi ci sono altri quattro linee di esempi, ma sempre sullo stesso tono). In pratica si distrugge l'immagine del vino (e non solo) Bio.

La terza cosa che ho pensato è che sono proprio bischero: pago fior fiore di soldi per essere controllato per avere la certificazione BIO, senza contare la burocrazia necessaria, per poi essere superato a sinistra da una semplice comunicazione pubblicitaria (con la domanda che sorge spontanea: chi controlla il vino libero?).

Allora, siccome ad esempio io non arrivo mai con i miei vini a 60/65 mg/l di solforosa, perchè non lanciare l'Associazione vino felice dove stabiliamo che la solforosa non raggiunge i 60 mg/l ?

Sorpasso a destra con scappellatura a sinistra....

...e se Caparsa sparisse?

by 14. luglio 2014 11:39

Sarebbe una sconfitta. Ma sicuramente qualcuno gioirebbe, vedrebbe aumentare i propri spazi, meno concorrenza, un piccolo produttore rompicoglioni in meno.

Trentatre anni fa io e la mia compagna Gianna facemmo una scelta verso la Terra, che a parere di molti era sbagliata, poiché l'agricoltura e il vino non permettevano redditì soddisfacenti. Ma eravamo felici poiché i bisogni erano minori, il territorio del Chianti era più sobrio, i contatti umani erano semplici e sempre pieni di nuove esperienze, sopratutto con gli stranieri che cominciavano a venire nel Chianti. L'agriturismo nasceva in quegli anni e ci assicurava un reddito complementare alla produzione di vino, per continuare quella scelta di vita e di passione. Il vino si vendeva, non si vendeva, ma non era fonte di grande stress se non si vendeva. Oggi occorre comunicare sempre più e meglio, occorre passare un tempo infinito in ufficio, si passano ore davanti al computer e poi di corsa in vigna per fare il più velocemente possibile i lavori, e poi si rincorre la qualità e il mercato, e poi c'è la burocrazia da affrontare sempre più asfissiante, e poi le tasse e le scadenze, e poi gli innumerevoli eventi vinosi che portano via tempo, risorse e salute, e poi le permanenze turistiche ormai ridottissime che fanno forse felici gli albergatori, ma non certo i piccoli agricoltori, e poi le troppe regole sul lavoro... insomma una continua rincorsa per continuare a fare e vivere quel sogno che iniziammo tanto tempo fa. Ecco: il tempo, di tempo, oggi, c'è né sempre meno per la quantità di operazioni che occorre fare nel più breve tempo possibile.

Ma non crediate che ceda, resisterò con Gianna, come resisteranno quelli come me che hanno seminato tanto in questi decenni. Ormai siamo abituati a stringere i denti.

L'autore

Paolo Cianferoni è Coltivatore Diretto a Caparsa a Radda in Chianti dal 1982 con la sua compagna Gianna. Paolo ha un carattere impulsivo e ama profondamente la natura, le vigne e il vino. Il sito Web di Caparsa è www.caparsa.it oppure scrivi: caparsa@caparsa.it

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