Noia e riflessioni della vita contadina

Ho avuto il piacere di scambiare due parole con il Dott. Paolo Junior Mancini, autore del romanzo-saggio “Vita Contadina e diritti economici-sociali: noia e riflessioni in un villaggio agricolo”.
Un libro pubblicato appena precedente la protesta dei trattoristi italiani.
Il testo nasce come romanzo ambientato in campagna svelando i dettagli della vita agreste e delle realtà agricole tradizionali armai scomparse.
Si sviluppa successivamente come un saggio economico-sociale analizzando la crisi dell’agricoltura contemporanea, sempre più sottoposta a vincoli giuridici e cavilli burocratici, e le difficoltà che i “contadini” di oggi incontrano quotidianamente.
Il termine “noia”, presente nel sottotitolo, rappresenta qui l’angoscia dei lavoratori della terra. Il contadino annoiato sarebbe quindi un soggetto che non è più in grado di praticare una agricoltura fondata sulla produttività naturale del terreno e che, al tempo stesso, non vuole cedere il passo ad una agricoltura industriale ed intensiva.
Quest’ultima si è diffusa a seguito della rivoluzione industriale e, con essa, il fenomeno dell’urbanesimo..
Abbiamo affrontato anche l’argomento della fuga dei giovani dalla campagna a favore delle grandi città alla ricerca di un lavoro più rassicurante, stabile e meno manuale.
Allo stesso tempo è stata anche un’occasione per riflettere sul fatto che la viticoltura sia oggi l’unica coltura ancora in certe zone d’Italia libera da determinati vincoli e dunque in grado di coinvolgere le persone e, in particolare, i giovani.
Scopo del libro è il traghettamento della classe contadina, quasi in estinzione pressochè sfruttate dalle multinazionali e dal mercato globale, da uno stato di abbandono sociale ad un Welfare State attraverso la rinascita dei diritti sociali i quali rappresentano la manifestazione più diretta del principio di uguaglianza sostanziale, normato dal secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione Italiana.
Riuscirà quest’opera a dare voce alla classe contadina e ad una visione della vita e della produzione più diretto con la natura?
Difficile rispondere, però se qualcuno è interessato a questi argomenti, può acquistare il libro on line su Amazon, oppure Feltrinelli, Libraccio, ebay lbs.it, Unilibro, Libreria Universitaria. E’ inoltre ordinabile nelle librerie fisiche di tutta Italia.
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Email autore: pmj92@libero.it

Avviso ai naviganti alcolizzati di vino

Ok, diciamola tutta: il mondo del vino è popolato da alcolizzati. Dopo molti anni di bevute, possiamo noi rinunciare a uno o più bicchieri di vino? Magari per brevi periodi ci si prova, ma fondamentalmente prima o poi si ricomincia. E per fortuna il vino è troooooppo meglio dei superalcolici… a parte spesso il prezzo.
E’ un mondo fantastico, sopratutto in Italia, ricco di Tradizioni, Storie, Storia, Cibo, Paesaggi e Persone. E che fai, te ne privi?
No di certo, come recita il motto: “La vita è troppo breve per rinunciare al buon vino”.
Però, però, però. Siccome il vino è anche una forma di droga, come penso tutti i drogati sanno, c’è droga e droga. Quella buona e quella cattiva, Quella dove si vomita e quella che, il giorno dopo, ti ritrovi arzillo.
Dunque, secondo me, il vino ha effetti psicotropi, non solo per la molecola dell’alcool, ma anche per le tante, moltissime molecole in quantità omeopatiche nel liquido che fanno la differenza. Quando lui è autentico, in fondo, è sempre l’espressione delle relazioni tra uomo e natura, tra amore ed esseri viventi come le viti. E’ l’Amore, è l’Amore che fa la differenza!. La differenza tra le droghe “Naturali” e le droghe chimiche sono note tra i consumatori. Le differenze tra gli effetti nel nostro cervello e fisico nei vini non è materia mai stata raccontata, ma secondo me esiste.
Raccontare i vini solo dal punto di vista tecnico, profumo di là, sapore di qua, comincia ad essere veramente noioso. Raccontare le emozioni, le sensazioni, seguire l’istinto, raccontare gli amori e le avventure che con quel vino (e non con un’altro!), avete avuto sarebbe un bel passo avanti: basta con le sole descrizioni organolettiche.
Quindi, ragazzi: i vini tecnici, perfetti, frutto degli algoritmi, dei profitti, dell’intensivizzazione della produzione, quelli fatti secondo logiche commerciali, della pubblicità, magari costosi perché il Brand è determinante, frutto di alchimie chimiche, non saranno mai come quella droga pura, semplice, autentica e vera come è il vino quando è espressione dei territori, bio, che possono avere anche qualche difetto, ma che possono far sognare.

Un’annata ansiolitica

Mentre sui Social imperano foto di belle signorine e bei ragazzi col calice di vino in mano, gioiosi e spensierati, i vignaioli sono sempre più in ansia per l’approssimarsi della vendemmia.
Un’annata molto instabile, in tutti i sensi. Una buona primavera piovosa, con qualche spruzzata di grandine più o meno grave e un pò di peronospora, una estate torrida e siccitosa che ha fatto soffrire le zone più aride e poi l’inizio dell’autunno, piovoso, con grandine qua e là e infine il grande risveglio del verde mai osservato in questo periodo, hanno causato notevoli difformità tra le zone ma anche notevoli differenze all’interno dei vigneti. Le quantità di uva sono generose, ma ora tutti noi siamo a controllare le previsioni meteo per una vendemmia che si preannuncia, come al solito, diversa da tutte le altre fino ad ora osservate.
Niente di nuovo dunque, ma la sensazione di ansia quest’anno circola eccome poiché si deve combattere dal desiderio di assicurarsi la produzione ma anche una buona maturazione di fronte all’instabilità dell’annata e da uve che potrebbero velocemente muffare se il clima sarà inclemente e continuamente piovoso.

Ancora una volta la selezione in vigna e la velocità di prendere decisioni ed operare, l’intuito e la fortuna, faranno la differenza.
Da Radda in Chianti, Caparsa, questo è tutto.

Alcuni motivi di disperazione dei vignaioli in vigna

Peronospora
Oidio
Mal dell’Esca
Grandine
Flavescenza dorata
Scafoideo
cicalina
Drosophila
botrytis cinerea
marciume acido
Siccità
Gelo
brinata
bombe d’acqua
vento forte
erosione
fango
polvere
frane
Cinghiali
Caprioli
Daini
Tanto altro…
Ogni giorno una lotta estrema per salvare e portare a casa l’uva.
Ogni giorno una lotta.

Il valore dei vigneti

Recentemente, in un seminario condotto da Antonio Boco e Paolo De Cristofaro a Radda in Chianti su i vini e territorio del Barbaresco, ho appreso che il valore medio di un ettaro di Barbaresco è di due milioni di euro, con punte di 4 milioni, mentre in media un ettaro nel Chianti Classico vale duecentomila euro.
In effetti dal punto di vista dei numeri, il valore di dieci volte corrisponde a circa dieci volte l’estensione dei vigneti del Chianti Classico (682 ha in Barbaresco, 7200 ha nel Chianti Classico).

La mia considerazione su questi dati è però questa: nei passaggi generazionali, come può un erede di famiglia rilevare con simili cifre questi valori? Non saprei rispondere, ma credo che oltre certe cifre si può parlare di speculazione, speculazione in mano ai fondi di investimento o grandi gruppi internazionali che, solo loro, possono permettersi tali cifre. Se questo accade, se questo accadrà sempre più spesso, il tessuto sociale di alcuni luoghi rurali vitivinicoli rischierà di sgretolarsi, alterandosi sotto la spinta della speculazione finanziaria priva di valori sociali che alimenta bolle virtuali e non reali.

Probabilmente esiste proprio una cifra oltre la quale si potrebbe parlare di speculazione dove i passaggi generazionali non sono più gestibili.
Voi cosa ne pensate?

“Vita contadina e diritti economico-sociali: noia e riflessioni in un villaggio agricolo”.

Ricevo e pubblico volentieri:
“Un testo che descrive la vita contadina delle origini e rappresenta la tenace resistenza del contadino contemporaneo di fronte ad un sistema politico e economico in continuo mutamento.”


“Vita contadina e diritti economico-sociali: noia e riflessioni in un villaggio agricolo”. Si intitola così la prima opera del Dottor Paolo Junior Mancini, edita dalla casa editrice spezzina “Il Filo di Arianna”.
L’opera nasce come un romanzo ambientato in un villaggio agricolo del Sud Italia avente come protagonisti i contadini dediti al duro lavoro dei campi agricoli. Essa descrive e valorizza la vita agreste delle origini ponendo l’attenzione sulle tecniche tradizionali con i quali i nostri avi coltivavano la terra per poi trasformarsi in un saggio andando ad analizzare come e perché l’agricoltura italiana sia oggi in crisi ed esaminando qual è stata la reazione dei contadini di fronte ad un sistema politico ed economico costantemente in evoluzione.
La questione rurale sta scaldando i cuori degli agricoltori italiani in protesta sul territorio nazionale e non è mai stata così attuale. Si tratta di un argomento che ha affascinato il giurista Mancini tanto da spingerlo a dedicarsi ad un testo riguardante la vita dei lavoratori della terra.
Il libro è in vendita sul territorio nazionale ma è anche disponibile online su Amazon. Ulteriori siti internet ove è possibile acquistarlo sono: Mondadori Store, Feltrinelli, Libraccio, eBay, Ibs.it, Unilibro, Libreria Universitaria, oltre al sito internet della casa editrice Il Filo di Arianna (https://www.ilfilodiariannaedizioni.eu).


Riflessione, prima di Slow Wine Fair

da oltre quarant’anni sento dire che il mondo del vino è in trasformazione e che occorre cambiare le tattiche di vendita, occorre svoltare e affidarsi a quello o quell’altro esperto in materia.

Per quanto mi riguarda, sono stato tra i primi a investire in comunicazione telematica e accoglienza (I Wine Experience a pagamento vanno forte!), e devo dire che i risultati positivi sono abbastanza evidenti. E’ chiaro che i prezzi dei vini sono conseguenza dei costi di produzione, dei costi degli investimenti, dei costi di gestione, e dei costi di marketing (fiere ed eventi nazionali e internazionali, concorsi sempre più pressanti, costosi e numerosi malauguratamente…. ).

Forse però qualcuno si dimentica che il vino è frutto dell’agricoltura nei territori e che la “qualità” si fa in vigna, lavorando sodo anche in situazioni estreme, mentre una folla di opinionisti e operatori di marketing si affannano a ritagliarsi un’attività remunerativa. Queste persone cominciano ad avere troppa rilevanza e assorbono troppe risorse, oltre a creare una certa confusione a causa delle markette. Forse qualcuno non capisce che è più importante investire in manodopera e il loro benessere, sul ricambio generazionale, sul territorio e su tutta la linea di produzione, piuttosto che nel marketing generalista. A mio parere, i profitti migliori  avvengono quando si organizzano eventi mirati, pratici, reali, con gli operatori, con i turisti, con chi deve convincere a comprare e non (troppo) generalisti dove ci sono sempre le solite facce e i soliti ubriaconi, che non portano a casa  nulla o poco di reale.

In Italia abbiamo 50.00 produttori di vino e quasi 1000 vitigni, significa che ogni pezzo d’Italia ha quei vini li, con quei cibi lì, con quelle persone lì, con quelle storie lì, con quei paesaggi lì, e questa è una risorsa e un valore aggiunto infinito. Non vorrei che passasse l’idea che le aziende sono troppo piccole per affrontare la globalizzazione e che non sono competitive. La realtà invece è che il merito delle piccole realtà è la grande flessibilità, la grande diversificazione, la grande valorizzazione dei territori che sono unici in Italia. La vitivinicoltura è l’ultima agricoltura non completamente in mano all’agroindustria, e questo deve rimanere così, altrimenti la concorrenza globale schiaccerà le produzioni di nicchia che fanno grande l’Italia in questo settore.

Probabilmente il racconto sul vino deve cambiare, sottolineando come il vino può essere un alimento che favorisce felicità e salubrità, poiché oltre alla molecola alcool ci sono tantissime molecole che influenzano la mente e il corpo (sì in quantità omeopatica, ma reali ed esistenti a differenza di tutte le altre bevande alcooliche) e che il vino è e deve rappresentare lo specchio dei territori. Dunque se all’origine abbiamo un’agricoltura non intensiva, biologica e culturalmente legata ai territori, se proponiamo il buono, pulito e giusto (alla Slow Food), la crisi non ci sarà o sarà solo per chi opera senza amore.

La sostenibilità

Sostenibilità è una parola di gran moda e usata spesso: ma che vuol dire sostenibilità? Sicuramente l’impegno per basse emissioni di Co2, di inquinanti e rifiuti, l’uso rispettoso del suolo e delle acque, la tutela della biodiversità: questi sono gli aspetti più citati per le produzioni sostenibili. L’aspetto più interessante che dovrebbe racchiudere la parola sostenibilità è però a mio avviso il miglioramento della felicità e del benessere delle persone, in particolare dei lavoranti e quindi per una Società più giusta e… sostenibile.
Nella realtà di tutti i giorni i metodi produttivi dei singoli risentano fortemente delle politiche degli Stati nel mondo globalizzato, e tra guerre, armamenti e visioni lobbistiche qualsiasi intervento individuale risulta vanificato nel mare delle ipocrisie. Anche le azioni che mirano alla felicità delle persone, dei lavoranti, semplicemente sono poco prese in considerazione, in quanto la competizione e le differenze sociali sono sempre più insopportabili spinte da un liberismo spietato e dalla paura che è alla base del controllo sociale.
La narrazione di sostenibilità nel campo vitivinicolo (e non solo) raramente cita l’argomento del benessere dei lavoranti. Nella realtà, per esempio, i produttori negli ultimi anni preferiscono affidarsi alle squadre di operai, sollevandosi dal problema di sicurezza sul lavoro, dal giusto compenso, la soddisfazione e la felicità. Le antiche figure professionali con lunga durata del rapporto di lavoro, la loro fedeltà e dunque il riconoscimento di ogni angolo di vigna e azienda, con la soddisfazione e la condivisione anche dei successi lavorativi sembrano diminuire in generale a favore di figure più mercenarie, più mercantili, più saltuarie e dunque meno soddisfacenti.
La sostenibilità dovrebbe comprendere un salto di qualità anche dal punto di vista del benessere dei lavoratori se si vuol raggiungere l’obiettivo di proteggere la nostra casa, il Pianeta Terra.

Il mondo del vino autoreferenziale

Il vino è ormai diventato un prodotto di moda, come la moda. Nato semplicemente come alimento e gioia del vivere, oggi rappresenta spesso uno Status, un modo di esssere.


Il marchio, il design, il packaging, l’etichetta e lo “Storytelling” sono la base per vendere la bottiglia di vino, molto oltre del vino in sè. In pratica si segue e si investe più nel marketing che non nella vigna, perchè tanto è più importante l’apparire che il contenuto. Inoltre, le produzioni intensive e industriali che nulla hanno a che fare con la qualità e la salubrità, sono i metodi per la maggior parte dei vini prodotti.

Il valore degli operai, dei veri vignaioli, insomma di chi si relazione in qualsiasi condizione estrema con l’essere vivente “vitis-vinifera” è spesso sottovalutato, sottostimato e spesso sottopagato.


Negli eleganti eventi, nelle riviste patinate e nelle fiere, sono tutti in giacca e cravatta, sorriddenti e attraenti, con le scarpe lucide e in cerca di lucro o bevute di lusso tra giudizi e prediche e punteggi, dimenticando l’origine di tutto, di chi deve lavorare sotto i 43 gradi all’ombra, al gelo, al fango o con le viti sempre bagnate (come questa annata 2023).

Annata 2023: illeciti in agguato

Come ormai sembra, questa difficile annata vitivinicola sarà caratterizzata da una sostanziale perdita di produzione.

Mi vengono all’orecchio di acquisti di uva e vino per compensare le perdite. Io spero che riguardi sopratutto i vini a IGT, poichè se riguardassero i vini a Docg sarebbe un disastro. Questo perchè la Docg è in pratica l’unica categoria di vini dove c’è la Garanzia di provenienza delle uve e del vino. Nel Chianti Classico i trasferimenti di vino possono effettuarsi solo dopo l’idoneità di Valoritalia e questo è senz’altro un ottimo strumento per limitare eventuali frodi. Da notare però che fino al 31 dicembre di ogni campagna vendemmiale questa norma non è applicata. Per quanto riguarda i trasferimenti delle uve, non esiste praticamente alcun controllo. Aggiungo che nel Chianti Classico dove opero la strada della zonazione è avviata (Vedi ad esempio l’Atlante del Chianti Classico di Alesandro Masnaghetti) e che questo territorio meriti un prestigio che potrebbe davvero avvicinarlo ai vini più blasonati del Mondo. Purtroppo molti produttori e imbottigliatori sono rimasti a visioni mercantili tipici della Toscana, per cui in annate come questa la tentazione di operazioni poco lecite potrebbero davvero impedire quella trasparenza di produzione che solo i grandi vini e territori possono (probabilmente…) vantare.

Oltrettutto gli osservatori, i giornalisti ed esperti di vino non sono fessi, e un eventuale scandalo tra qualche tempo potrebbe davvero danneggiare il prestigio dei vini a Docg.

Ho letto con piacere che una possibile soluzione potrebbe essere quella di poter aumentare il taglio d’annata 2023 con vini prodotti in annate precedenti. Nel Chianti Classico ad esempio abbiamo attualmente la possibilità del taglio d’annata del 17,5% che se aumentato in quest’occasione al 30% o più, potrebbe essere una soluzione per armonizzare questa difficile situazione.