…e se Caparsa sparisse?

Sarebbe una sconfitta. Ma sicuramente qualcuno gioirebbe, vedrebbe aumentare i propri spazi, meno concorrenza, un piccolo produttore rompicoglioni in meno.

Trentatre anni fa io e la mia compagna Gianna facemmo una scelta verso la Terra, che a parere di molti era sbagliata, poiché l’agricoltura e il vino non permettevano redditì soddisfacenti. Ma eravamo felici poiché i bisogni erano minori, il territorio del Chianti era più sobrio, i contatti umani erano semplici e sempre pieni di nuove esperienze, sopratutto con gli stranieri che cominciavano a venire nel Chianti. L’agriturismo nasceva in quegli anni e ci assicurava un reddito complementare alla produzione di vino, per continuare quella scelta di vita e di passione. Il vino si vendeva, non si vendeva, ma non era fonte di grande stress se non si vendeva. Oggi occorre comunicare sempre più e meglio, occorre passare un tempo infinito in ufficio, si passano ore davanti al computer e poi di corsa in vigna per fare il più velocemente possibile i lavori, e poi si rincorre la qualità e il mercato, e poi c’è la burocrazia da affrontare sempre più asfissiante, e poi le tasse e le scadenze, e poi gli innumerevoli eventi vinosi che portano via tempo, risorse e salute, e poi le permanenze turistiche ormai ridottissime che fanno forse felici gli albergatori, ma non certo i piccoli agricoltori, e poi le troppe regole sul lavoro… insomma una continua rincorsa per continuare a fare e vivere quel sogno che iniziammo tanto tempo fa. Ecco: il tempo, di tempo, oggi, c’è né sempre meno per la quantità di operazioni che occorre fare nel più breve tempo possibile.

Ma non crediate che ceda, resisterò con Gianna, come resisteranno quelli come me che hanno seminato tanto in questi decenni. Ormai siamo abituati a stringere i denti.

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5 pensieri riguardo “…e se Caparsa sparisse?”

  1. Caro Paolo, mi permetto di darti del "tu" visto che siamo colleghi da molti anni (ho iniziato a produrre vino nel 1981). Grazie al post su Facebook di Paolo Giavedoni, vengo a conoscenza della tua realtà e di quanto scrivi sul tuo blog. Purtroppo condivido quanto tu scrivi perchè è l’esatta fotografia anche della mia situazione, così come lo è della situazione di molti vignaioli in Italia. Che fare ? Non ho una risposta, ma credo valga la pena stimolare una discussione in merito a questa realtà che rischia di impoverire la ricchezza produttiva del nostro Paese, se persone vere come te sono costrette a rinunciare al proprio sogno. Da soli oggi non si può fare nulla. Credo quindi che il primo passo sia proprio quello di diffondere il messaggio e trovare un momento per condividere una discussione e per trovare assieme possibili soluzioni. L’offerta oggi è enorme, sia come numero di bottiglie sul mercato sia come numero di produttori, spesso piccoli e non sempre di buona qualità. Per contro il "mercato" è cambiato e l’apparente crescita culturale legata alla diffusione di guide, riviste, blog, corsi di degustazione etc. , non ha in realtà portato il consumatore ad una reale valutazione della realtà. Paradossalmente, alla enorme diffusione di comunicazione quotidiana si contrappone una diminuzione delle possibilità di vendita. Le aziende strutturate che fanno marketing aggressivo crescono sempre di più, mentre i piccoli produttori non sono in grado di sostenere ritmi e costi di questo "nuovo mondo". Non si tratta di affrontare un periodo di crisi, come spesso si dice e si scrive, ma di comprendere che il mondo è cambiato e a questo cambiamento si deve rispondere con nuove modalità. Hai la mia mail e , se credi, scrivimi per poterci meglio confrontare su questi argomenti. Un caro saluto da Sommacampagna, Verona. Carlo

  2. Buongiorno Carlo,
    hai ragione, credo che occorre esternizzare le questioni, non per lamentarsi, ma per far uscire i malesseri. Non dobbiamo, noi piccoli produttori in particolare, fare come una pentola a pressione che alla fine scoppia, bensì comunicare i disagi. In fondo è stress che si accumula, in quanto il mondo è andato verso l’esasperazione dell’individualità, della competizione sfrenata, e dunque della velocità spesso incompatibile col benessere. E tutto questo purtroppo non si verifica solo nel nostro settore, ma ovunque.

  3. Ieri, mi è stato consigliato di "creare" un gruppo di pressione contro l’andazzo all’interno del sindacato, che persegue da anni un sistema auto-referenziale e auto-conservativo. Alla dirigenza ci va solo chi è d’accordo che non si cambi… Da anni esistono senza mai portare in modo seriamente protestatario le "nostre" raggioni, la nostra "stuffezza"….
    é un problema del sindacato ma anche delle altre nostre rapprensentanze, ma ci sono ambienti dove è più facile trovare aderenti altri meno, temo che il vino sia tra quelli meno, ci sono troppi proprietari che in vigna non levano mai un solo pollone, e sono le segretarie che stanno al computer.
    Come si fa?
    Non sono convinto di averne l’energia….!!!

  4. Antoine, presentati! Uno dei problemi dei piccoli vignaioli come noi, quelli che vanno in vigna, sul trattore e sulle scale in cantina, è la scarsa partecipazione dal di dentro negli enti: sindacato, consorzio, ecc. spesso per mancanza di tempo che dobbiamo dedicare al lavoro.
    Io ho ancora i figli piccoli, te ormai li hai grandi 😉 !!

  5. He si, ma ci sono già stato, sarà 15 anni fa, e la mia sensazione di impotenza non è sparita…
    prima bisogna creare un gruppo che poi sia di sostegno a chi ci va, sia nelle assemblee che nel corso dell’anno…
    Ho i nipoti e se non ce ne occupiamo noi i figli non lavorano 😉
    la libertà del nonno è tutta una farsa!!

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