La felicità di fare il vino

dsc_0041-2Ci sono tanti modi di fare il vino: chi ricorre ai consigli dell’enologo, chi si affida alle tradizioni, chi ci mette solo l’impegno, chi opera in solitario, chi si affida all’esperienza, chi agli studi, chi lo fa per affari. Ma alla base di tutto è la passione, che va al di là dei responsi delle guide, del business o dei risultati economici.
Alcuni si limitano a comprare uva per fare il vino, altri affittano un filare per fare il vino, altri costruiscono vigne per fare il vino, altri comprano le vigne per fare il vino, molti fanno il vino come secondo lavoro.
Ma perché, qual’è il motivo per cui molti si fanno il mazzo per fare il vino? (In Italia pare che 400.000 siano i produttori)
E’ questo forse un dono della natura che stimola la ricerca della felicità?
In effetti penso che sia più gratificante fare il vino che giudicarlo. Il giudizio è spesso infatti condizionato dalla ricerca di un profitto, mentre produrlo tra mille difficoltà e magari consumarlo solo tra amici offre gioia autentica.
Spero tanto che in Italia il numero dei produttori aumenti e non accada il contrario.

“Chiuderemo le aziende!”

Registro_telematico_convegno

Risposta secca alla mia domanda “Che succede se le piccole aziende vitivinicole non riescono ad adeguarsi all’obbligo della tenuta del registro telematico nei termini?” (Ndr. 30 Dicembre 2016). Allorché mi sono alzato e uscito, senza parole, dall’Auditorium della Banca Chianti a San Casciano Val di Pesa, dove stamattina il Consorzio Chianti Classico ha organizzato un convegno con i funzionari del Ministero Agricoltura e della Repressioni Frodi.

Superfluo aggiungere altro. Ma mi dispiace davvero tanto per le piccole realtà virtuose, oggi, sparse in Italia, a meno che…

Vino e finanza: boh!

Ho letto un interessante articolo apparso su Repubblica  sulle scommesse finanziarie sul vino (non so perchè ma quando si parla di scommesse mi viene in mente sempre il gioco del poker, dove si vince ma sopratutto si perde).

Per dire la verità non sono un esperto, anzi probabilmente non ho capito molto, ma forse la sostanza è questa:

C’è una corrente di pensiero nel mondo finanziario che comincia a scommettere nelle quotazioni dei fondi di investimento nel vino, come gli impianti e le reti di vendita, completamente staccata dalla produzione e dalle vigne. Si pensa in pratica che si può fare soldi con le azioni che investono in questo tipo di attività.

Nello stesso articolo si sottolinea come i nostri produttori siano agli antipodi rispetto ai produttori americani, sud africani o cinesi: siamo tanti, piccoli, legati alla vigna, alla terra, seguiamo logiche di rendita poco moderne e immobilizziamo grossi capitali.

E’ come dire che molti di noi produttori italiani non sappiamo fare finanza per cui, in parole povere, siamo “troppo contadini”, e i contadini è risaputo tendono a conservare, come le formiche non come le cicale.

A mio parere ci si dimentica però che “finanza” è spesso sinonimo di speculazione o di ricchezze che si basano sulla carta, tanta carta riservata a pochi completamente slegata dalle vere realtà produttive: è spesso un cancro del mondo contemporaneo.

Dunque, a mio avviso la fortuna del vino italiano può dipendere proprio dal fatto che siamo diversi da tutto il mondo: conserviamo ancora (non so per quanto) il senso della terra, del buon vino e del buon cibo. Che qualcuno ne renda merito.

A ognuno il suo giornalista: come scegliere

L’affollamento di giornalisti, comunicatori, nel mondo del vino e delle guide in questo ultimo periodo stà causando seri problemi. vedi gli occhi dei produttori sempre più in pena.

Ogni produttore si merita il suo giornalista di riferimento ed ogni giornalista, ma anche blogger, tenta di ritaglarsi uno spazio tra le numerosissime aziende produttrici di vino. E, in parole povere, siccome ormai tutti producono vini corretti è naturale che si promuove ciò che poi alla fine è di tornaconto.

Tra i produttori, scegliere e inviare campioni tra le guide di Veronelli, Espresso, Vini Buoni D’Italia, Daniele Cernilli, Luca Maroni, Pierpaolo Rastelli, Gambero Rosso, Slow Food, (solo per citarne alcune) e poi tutte le riviste italiane e estere, Decanter, Wine Spectator, Falstaff, Gilbert&Gaillard (solo per citarne alcune), senza parlare poi delle guide online dove numerosi giornalisti pubblicano classifiche o giudizi sui vini (Carlo Macchi, Luciano Pignataro, Ziliani e numerosi altri) sta letteralmente disorientando i produttori di vino (o per lo meno io).

Alcuni anni fa proposi la la realizzazione di una pubblicazione col nome “Guida ai Giornalisti dei Vini D’Italia”, con tanto di premi… e a tutt’oggi ricevo richieste di questa guida…

Oggi ancor più di ieri i produttori disorientati sono numerosissimi. Come districarsi in questo mondo di matti? Con la Guida ai Giornalisti dei Vini D’Italia. Chi si offre per la realizzazione di questa guida innovativa?

Ok per lo spesometro, ma non fateci fare i poliziotti!

lo spesometro è uno strumento delle Agenzie delle Entrate per controllare scostamenti del 20% tra reddito dichiarato e spese effettuate. Raccoglie le entrate di tutte le fatture emesse dai soggetto Iva con contabilità trimestrale. Anche i piccoli agricoltori rientrano da oggi.

Perfetto. ma…

Noi piccoli agricoltori, per lo più ditte individuali, abbiamo per legge un reddito che si basa sul reddito agricolo, per cui un agricoltore può avere un reddito ad esempio di 3000 euro, che deriva dai redditi catastali, ma può ad esempio spendere o incassare 200.000 euro: in sostanza le entrate vengono registrate, ma non rientrano nel calcolo del reddito. Il grande vantaggio per lo Stato nelle contabilità forfettaria della maggior parte dei piccoli agricoltori è quella che non si può detrarre l’iva dei beni acquistati da quelli venduti, per cui lo Stato incassa, sempre, circa l’11 % di Iva su tutto il venduto, senza dunque possibilità di detrarre l’Iva. E’ un procedimento conveniente per lo Stato che si assicura sempre entrate di Iva, ma è anche conveniente per i piccoli agricoltori perchè semplifica la burocrazia, e si sà come la burocrazia incide sulle attività agricole (e non solo)!. Inoltre per i piccoli agricoltori separare la contabilità aziendale da quella familiare sarebbe impresa ardua, proprio per le caratteristiche intrinseche dell’agricoltura. Dunque lo scostamento del 20% tra reddito e spese affettuate è la regola in questa categoria. Evvabbè saranno loro a dimostrare le eventuali incongruenze…

Ora però, non si capisce bene perchè sulle fatture che emettiamo ai clienti esteri privati che comprano, nel mio caso il vino, occorre indicare data di nascita, comune di nascita e stato estero del domicilio! Faccio presente che noi piccoli agricoltori in regime forfettario non abbiamo l’obbligo di emettere scontrini fiscali in vendita diretta, abbiamo solo l’obbligo di annotazione dei corrispettivi nei registri contabili. Quindi i clienti che vogliono spedire i vini tramite corrieri espresso  possono richiedere la fattura per la tracciabilità documentale o semplicemente per trasportare i vini. Però alla domanda: “mi serve la data di nascita, residenza, indirizzo…” mi guardano con due occhi grandi così e mi interrompono indignati: “MA IN ITALIA SIETE PAZZI?…”

In effetti perchè dobbiamo fare i poliziotti per l’Agenzia delle Entrate, oltre che fare agricoltura? Grande è l’interrogativo e grandi sono i misteri della burocrazia Italiana…

Il bio- è a un buon punto!

Sto constatando come il bio-, l’idea sana della produzione alimentare bio- (-logica o -dinamica), sia ormai una realtà affermata sopratutto nel mondo del vino italiano.

E’ una grande sodddisfazione vedere come ormai il percorso verso logiche in cui la qualità si confonde con la salubrità nelle metodologie rispettose verso l’ambiente sia innegabilmente ad un buon punto. Ormai anche grandi aziende che conducono centinaia di ettari si sono infilate in questa logica; è bello e sano, e se qualcuno vede invaso un campo che si presume esclusivo per appartenenza politica o economica, si sbaglia di grosso.

L’obbiettivo di base delle produzioni bio- sono infatti quelle di diffondere una cultura di produzione e di consumo differente rispetto a quello che normalmente ci viene proposto: la quantità indiscriminata e il consumo fino a se stesso che finisce per creare una economia insostenibile.

E’ interessante osservare anche come ognuno percorre il percorso a modo suo, ma l’importante è IL PERCORSO, che sicuramente non si fermerà mai e conoscerà sempre nuovi aspetti.

Uno degli aspetti più rilevanti nel mondo del vino, affascinante, è il territorio. In Italia ormai si apprezza sempre meno (quasi!) uno stile di vino uniforme, di genere, come invece spesso avviene in molti Paesi del Mondo. Si comincia ad apprezzare i vini come espressione dei suoli, dei climi, dei produttori, delle metodologie agronomiche ed enologiche. Tutto questo aiuta molto l’idea Bio- poichè solo i vini di territorio godono della qualità e della sostenibilità nel territorio: è un circolo virtuoso.

 

La mano del vignaiolo

La mano dell’artigiano vignaiolo non è quella che fa tutto. La mano del vignaiolo è quella che con esperienza riesce a comunicare agli altri operai, il valore del lavoro manuale. Negli ultimi 20 anni il lavoro manuale è stato sacrificato in nome di un non meglio precisato prestigio del “colletto bianco”. Ci siamo riempiti di burocrazia pur di far contenti una classe sociale che vedeva nel lavoro di banca o di ufficio un lavoro gratificante. Molti extracomunitari hanno così trovato spazio in lavori manuali, detti minori, come nei vigneti. Oggi la mano del vignaiolo deve guidare questi operai, nella sperasnza che sempre più gli operai italiani riscoprono il valore della mano, nel vigneto italia.

C’è qualcosa che mi sfugge

 

I dati festosi che vengono sbandierati dai mass media che l’Italia ha superato in volume l’export del vino della Francia, 20,6 milioni di Hl contro i 13,5 milioni di Hl non mi rendono contento. Infatti il dato occorre compararlo con il valore del vino e la Francia ci batte di gran lunga (Italia 3,9 miliardi di euro, Francia 6,3 miliardi di euro). Questo vuol dire che mediamente la Francia vende il proprio vino a circa 3,20 euro il litro, mentre l’Italia vende a euro 2,14 il litro, se non ho sbagliato.

Ora capisco perchè i nostri industriali del vino pretendono di pagare il nostro vino (io mi riferisco al Chianti Classico) tre volte meno dei costi di produzione: non gli riesce a venderlo, e per venderlo lo devono vendere sottocosto. Ma che razza di futuro c’è per il vino Italiano? Quello di strozzare i produttori.

 

La durata di un vigneto

Ho letto da qualche parte che dopo venti anni, un vigneto è obsoleto e quindi da sostituire.

Mi sembra una follia, la solita propaganda di chi riceve profitti dalla velocità economica. Infatti non è possibile dare un termine ad un vigneto, poichè esistono migliaia di fattori che influenzano la resistenza dei vitigni e del vigneto.

A Caparsa i vigneti piantati negli ultimi anni ’60 e inizio ’70 hanno resistito più di trenta anni e ancora ho un vigneto di quarantacinque anni. Purtroppo l’approccio della produzione in quell’epoca non ha niente a che fare con quella di oggi. Si spingeva con composti azotati, si operava con macchine operatrici arcaiche, non c’era la ricerca della qualità, insomma le vigne non erano state concepite per durare a lungo. Oggi mi pare che con una conduzione SLOW, con significativi restauri dei vigneti, la concimazione organica, la ricerca della qualità, ci siano molte opportunità di longevità. Oltretutto i costi ambientali per rifare un vigneto sono enormi. Sarebbe quindi opportuno indirizzare la viticoltura verso un rinnovo lento e molto rado. In Francia ci sono vigneti centanari mi pare, in Italia quasi nulla… c’è solo la frenesia dei soldi.