Gesù è morto: che significa qualità?

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Cosa significa qualità?

E’ inutile che mi vengano a dire che qualità nei vini, o nel cibo in generale, significa più speziatura, oppure più finezza, oppure varie cazzate, oppure Gesù morto, oppure quelle ragioni commerciali che fanno la differenza a scapito della salubrità.

La salubrità di un vino, del cibo, che spesso è espressione di un territorio con tradizioni millenarie in Italia se ben interpretate, di cultura,  espressioni locali sane, magari semplici, significa per me e spero non solo, espressione di un modo di vedere la vita e il mondo che contrasta con le culture dominanti. Culture dominanti dove il farmaco, il fitofarmaco di sintesi, protocolli applicati ad ogni situazione risolvono le sintomatologie, temporaneamente, ma che alla lunga creano contraddizioni in termini di difesa immunitaria, per tutti.

La difesa immunitaria è la base di qualsiasi organismo vivente. Difesa immunitaria significa che lo stile di vita, la felicità del momento, la reazione, magari dettata  da condizioni ambientali estreme, è alla base di ogni organismo vivente nella difesa dello sforzo comune della vita di preservarsi.

Difesa immunitaria, che significa nel nostro tempo lotta al deficit immunitario  derivante da abusi di farmaci o fitofarmaci (nel mio caso specifico come produttore di vino), oppure da condizioni igieniche precarie o stili divisa estremi, oppure da stress psicologici derivanti dai modelli sociali, sono la base della comprensione della “psicologica” della vita.

Se il business farmacologico (fitofarmologico nel mio caso specifico come produttore di vino) può migliorare da un lato alcune situazioni difficili, può peggiorare le situazioni della vita quando l’uso indiscriminato risulta eccessivo per l’ambiente in cui la vita vive.

L’immunodepressione è la malattia del nostro tempo. L’immunodepressione si può combattere solo con culture sgombre da TROPPI interessi economici che spesso dettano leggi proprie, ma svincolate dal bene collettivo.

Amen.

 

 

E’ pericoloso

images-1Qualcuno sussurra all’orecchio mentre dormo, come in un sogno al di là della realtà, che il mondo del vino con quest’annata (maledetta 2017), si presta a vivere falsità a dir poco inquietanti.
Vini che si vendono come l’acqua, anzi molto meglio, che hanno pagato l’uva fuori della zona di produzione anche 4 euro al kg, se non addirittura uva proveniente dall’estero, a sostituire la drammatica carenza di produzione causata dalle gelate primaverili, dalla grandine e poi la grande siccità. Ma quel che è più grave sono le voci di politici che nel mio sogno hanno stoppato i controlli nel periodo vendemmiale per permettere questo malaffare. Il business è business e il business non guarda in faccia nessuno.
Non voglio credere a queste voci. Certo è che se la realtà fosse questa, il pericolo di “scoppi” dannosi, imprevedibili, danneggerà anche chi, stoicamente in solitudine, cerca di perseguire la legalità.
Non domandate a me nulla, perché questo che racconto è solo un brutto sogno.

Drastico calo delle produzioni di uve da vino

E’ molto probabile, previsionando oggi. Sempre possibile un recupero, la vite possiede risorse incredibili, ma ad oggi con la mancanza di pioggia e calura e non solo, perchè anche gli animali selvatici come i caprioli e i cinghiali spinti dalla fame potrebbero fare tabula rasa in prossimità  della vendemmia, la produzione dovrebbe diminuire e di molto.

Meno male che ci sono le giacenze che possono smorzare l’effetto di questa annata, ma il prezzo sui mercati del vino “vecchio” dovrebbe avere notevoli aumenti.

“Gallina vecchia fa buon brodo”: questo proverbio non sarà  tanto vero come mai quest’anno.

Naturalmente io non conosco la situazione nazionale, conosco quello che mi succede intorno, ma sarò curioso di leggere le previsioni che annualmente l’assoenologi formula i primi di settembre (che dovrebbero anticipare a causa dell’anticipo dell’annata).

E se la vita del vignaiolo fosse una gran cagata?

anticoE se la vita del vignaiolo fosse una gran cacata?
C’è solo il lavoro.
Mille problemi da risolvere, mille imprevisti, mille COSE DA PENSARE giorno e notte.
La vita privata che se ne va affanculo, lavori tutti i giorni, i festivi, quando gli altri sono in vacanza tu sei a lavorare come tutti gli altri giorni. Si è vero, è una scelta di vita e il lavoro nobilita, ma una volta era più semplice, non c’era da pensare troppo, non c’erano tutte le regole, le scadenze, gli aggiornamenti, che oggi tutti giorni dell’anno opprimono.
Non esistono le feste comandate, il vignaiolo lavora il 1 Maggio, il 25 Aprile, l’ultimo dell’anno e il primo dell’anno, e poi ogni domenica e ogni sabato, raro trovare un buco di tempo per te, per la tua famiglia. Non hai hobby, perché dopo il lavoro devi pensare, pensare per programmare da oggi a 10 anni: l’agricoltura è così.
Diventare dipendente potrebbe essere la soluzione, magari sottoposto a qualche danaroso che sà na sega come si fa, tanto è il sistema finanziario che deve funzionare. Però così puoi chiedere i tuoi giorni, trovare il tempo per i tuoi hobby, trovare il tempo di fare una vacanza di due settimane.
Alcuni vignaioli che conosco hanno scelto così: diventare sottoposti, cedere, lasciare una parte per recuperare una libertà che il sistema rattrappisce con le sue mille regole burocratiche.

Ma forse i vignaioli non esistono nella realtà, sono solo nell’immaginario, sono solo io che penso di esser un vignaiolo, in realtà sono un privilegiato, uno che in fondo ha scelto qualcosa, oppure sono gli altri che pensano che io sia un vignaiolo, insomma vorrei capire chi sono oggi alle soglie dei miei 60 anni. Eppoi c’è sempre di peggio, eccetera.
Evvabbè. Oggi sono stanco.

Domani vedrò la cosa in modo diverso, forse.

vino -cibo o da -meditazione ?

Foto di Paolo Rinaldi
Foto di Paolo Rinaldi

Qualche giorno fa ho incontrato ad un evento presso l’enoteca Da David in via G. Carducci 37 a Pistoia un distinto anzianotto signore che, vicino a me in situazione conviviale, ci siamo scambiati pareri finanche accesi.
La questione riguardava come intendere l’atto del bere vino.
Io sono sempre stato convinto che il vino, soprattutto in Italia, è un complemento al cibo che regala attimi di gioia in quel contesto. La bellezza dell’Italia è proprio questa: ogni luogo ha la sua cucina, le sue pietanze connesse con il vino del posto, magari orribile in una degustazione alla cieca, ma se vissuto in quel momento con quella particolare pietanza è e sarà unico e fantastico. Dunque un’espressione culturale, ambientale e tradizionale con la salubrità del vino che dipende anche dal consumo contestuale ai pasti.
Lui, anzianotto, convinto che il vino migliore deve essere bevuto in fase di meditazione, magari in conversazione con gli amici, ma senza alcuna connessione col cibo, poiché il cibo farebbe buono qualsiasi vino, soprattutto dopo un paio di bicchieri. Amante dei vini di Borgogna ha citato etichette e vini a me naturalmente sconosciuti, che sono grandi per questo motivo.
E’ scoppiata una piccola discussione, risolta dopo qualche bicchiere di Caparsino, che ancora mi fa pensare.
A chi la ragione?

Quando vengono ad assaggiare il vino i tuoi colleghi

vino in bicchiereAppena tornato dalla tre gironi di “Terre di Toscana”, da dietro il banchino insieme a tanti altri bravi produttori, mi viene in mente come noi vignaioli riceviamo sempre con piacere gli altri produttori nelle degustazioni. Sono soddisfazioni, perché persone come te si sacrificano, che sudano, che smadonnano, che devono affrontare gli stessi problemi e che vengono a degustare, significa emozionarsi insieme, significa scambio, significa arricchirsi, significa solidarietà, significa apprezzamento vero. Ho assaggiato volentieri i vini di Poggerino, Erta di Radda, Istine, Vecchie Terre di Montefili, Le Ragnaie e i vini di Stefano Amerighi che mi hanno davvero impressionato e poi tanti altri e tutti erano contenti di farmi assaggiare. Stesso sorriso, sempre. Stesso sorriso che mi sembra di aver comunicato io con tanti altri vignaioli che sono venuti al banchino ad assaggiare i miei vini! Soddisfazioni, intime, che forse molti non provano tanta è la spinta egocentrica e di rivalità che, seppur sana e legittima fino ad una certa misura, quando eccede non può che essere malsana.

I 2014 di Radda in Chianti mi fanno ritornare giovane

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Alla Stazione Leopolda, in occasione della Chianti Classico Collection del 13 Febbraio 2017, ho assaggiato numerosi vini Chianti Classico 2014. Ho davvero necessità di esprimere qui quali emozioni ho avuto perché la 2014 è stata un’annata difficile, in molti posti del Paese una tragedia, ma a Radda, miracolosamente, i bravi produttori sono riusciti, con tanto lavoro che voi umani non potrete mai capire 😉 , a produrre vini che mi rimandano a quando ero bambino e ragazzo.

Tempi molto diversi da oggi, il motorino Malanca era un miraggio per pochissimi ragazzi privilegiati, contadini che coltivavano ancora qualcuno c’era, nel paesaggio di Radda c’erano i campi di grano, di erba medica, di avena e le barche di covoni, i tanti vigneti promiscui, con i frutti e gli olivi, ma sopratutto c’era la gente schietta e abituata al lavoro, le donne ben sode, pratiche, senza trucco e senza tacchi e poi si andava per vigne a lavorare cantando col Beta tre marce 48 cc.

In quegli anni, che ho vissuto a Radda in Chianti, il vino assomigliava moltissimo al 2014 di oggigiorno, vini beverini, FINI, un piacere berli accanto al focolare con le castagne o con gli arrosti (magari di passerotti che all’epoca nidificavano in ogni tetto di casa colonica), senza fronzoli.

Insomma gli assaggi dei 2014 di Radda mi hanno ringiovanito.

I cambiamenti climatici mi fanno paura

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Noi agricoltori siamo abituati a scrutare il cielo col naso in su. A volte vediamo la luna, a volte assistiamo alla distruzione dei raccolti per grandine o vento o assistiamo impotenti a conseguenze disastrose per le culture.
I cambiamenti climatici stanno ormai condizionando la produzione di cibo. Non voglio parlare delle responsabilità, chi dice che sia opera dell’uomo chi della Natura, ma è innegabile che la temperatura media si è alzata.
Questo comporta numerose conseguenze, per cui ad esempio in vigna la pianta produce più zuccheri nell’uva ma perde finezza il vino, oppure è più facilmente attaccata dalle muffe e dai marciumi, oppure gli insetti che non muoiono d’inverno diventano più numerosi. In Olivicoltura, nel Chianti alto, fino a solo 3 anni fa non esisteva la mosca olearia: si fermava a San Casciano Val di Pesa.
Questa premessa mi serve per dire che la produzione di cibo, quello locale, quello artigianale, quello italiano, come noi l’abbiamo vissuto fino ad oggi, stia radicalmente cambiando con costi sempre più alti.
Ho paura che la conseguenza più immediata sarà che il cibo “buono” costerà sempre di più per le difficoltà e per le minor quantità disponibili, ma anche le differenze sociali aumenteranno conseguentemente e con esse le tensioni sociali.

La felicità di fare il vino

dsc_0041-2Ci sono tanti modi di fare il vino: chi ricorre ai consigli dell’enologo, chi si affida alle tradizioni, chi ci mette solo l’impegno, chi opera in solitario, chi si affida all’esperienza, chi agli studi, chi lo fa per affari. Ma alla base di tutto è la passione, che va al di là dei responsi delle guide, del business o dei risultati economici.
Alcuni si limitano a comprare uva per fare il vino, altri affittano un filare per fare il vino, altri costruiscono vigne per fare il vino, altri comprano le vigne per fare il vino, molti fanno il vino come secondo lavoro.
Ma perché, qual’è il motivo per cui molti si fanno il mazzo per fare il vino? (In Italia pare che 400.000 siano i produttori)
E’ questo forse un dono della natura che stimola la ricerca della felicità?
In effetti penso che sia più gratificante fare il vino che giudicarlo. Il giudizio è spesso infatti condizionato dalla ricerca di un profitto, mentre produrlo tra mille difficoltà e magari consumarlo solo tra amici offre gioia autentica.
Spero tanto che in Italia il numero dei produttori aumenti e non accada il contrario.

Mi raccomando

Una vigna diserbata
Una vigna diserbata

Mi raccomando, fate il vino con l’osmosi inversa e poi premiateli, fate il vino col glifosate e poi premiateli, fate il vino come un qualunque business e poi premiateli, fate il vino con gli additivi e poi premiateli.

Magari punite chi pratica il buon senso, che quello è morto cadavere. La cultura e le tradizioni e l’ambientalismo ci fanno un baffo.
Grandine o siccità o alluvioni in agricoltura, è meglio vivere e operare nella nostra amata agroindustria, mi raccomando. Le calamità e la cultura non devono incidere sul mercato globale, tanto si trova tutto a buon mercato ed è meglio tenere ignoranti tutti. La forza lavoro non manca, gli schiavi ricattabili li troviamo sempre, dunque non seguite i pazzi predicatori dei vini naturali. Anche loro un giorno si convertiranno oppure venderanno a noi. State tranquilli, abbiamo dalla nostra parte la politica, i telegiornali e i poveri.