Luis Vuitton a Radda in Chianti

Foto di Paolo Rinaldi
Foto di Paolo Rinaldi

Il gruppo francese LVMH (Moet Hennessy Louis Vuitton ), leader mondiale del lusso sbarca a Radda in Chianti. A Radda la società aprirà una pelletteria (Céline) in Loc La Villa, nemmeno un km da Radda.
Inutile aggiungere quanto già viene detto. Io vorrei solo far presente che LVMH è proprietaria di grandi marchi di vino: Chateau d’Yquem, Krug, Moet et Chandon (incluso Dom Perigon) e molti altri (vedi l’elenco, impressionante, su wikipedia).
Quindi, oltre al settore di Orologi, Gioielli e prodotti di moda, il vino e gli alcolici sono alla base di questa società con sede a Parigi.

Allora, quando una società del genera sbarca in un luogo come Radda in Chianti, ormai consolidatasi come luogo di produzione dei migliori vini del Chianti Classico, il pensiero non va subito al vino e alle aziende produttrici di vino, al di là delle borse? Non sarà questo sbarco un primo passo verso la conquista di qualche azienda di Radda? Vedremo.

Riflessioni sull’informazione sul vino in Italia

vino in bicchiere

1 – A mio parere esiste un problema di ricambio degli operatori
giornalistici, che porti a nuovi attori e nuove idee.

2 – Il proliferare di blog, siti, nonché di “esperti” nei social network, è molto positivo. Aiuta l’informazione sul vino ed anche se qualche volta manca professionalità, vi è una grande capacità di migliorare e reagire in modo virtuoso, superiore e veloce di qualsiasi altra forma giornalistica.

3 – Oggi l’agroalimentare sta conoscendo  un momento di grazia sopra tutto per i programmi televisivi di cucina di recente successo. Questi programmi, generalisti, potrebbero aiutare moltissimo la cultura generale: saper abbinare il cibo col vino sarebbe operazione davvero interessante.

4 – La qualità dell’informazione sul vino nel suo complesso, in Italia, mi
pare buona tutto sommato, perché recentemente l’informazione non è
troppo veicolata come nel passato, anche se in alcuni casi è troppo impegnata ad assecondare i voleri di qualche potere forte, pur di sopravvivere. In sostanza si fanno troppi compromessi.

5 – A mio avviso l’informazione dovrebbe assecondare l’orgoglio
dei 400.000 produttori di vino italiani; invece di considerarli un
handicap per il loro numero elevato, è invece una risorsa che nessun Paese al Mondo possiede. In Australia sono solo poche decine… loro devono studiare le nostre tradizioni e culture sul vino  e seguire noi, non il contrario!. Il fatto di avere luoghi e persone così
differenti dal Nord al Sud Italia, cucine diverse, vini diversi, abbinamenti
diversi, è una ricchezza che va comunicata e saputa comunicare: le riviste patinate belle servono solo all’autoreferenzialità di pochi produttori e per i soliti addetti ai lavori, e non fanno un bene comune.

Vino e finanza: boh!

Ho letto un interessante articolo apparso su Repubblica  sulle scommesse finanziarie sul vino (non so perchè ma quando si parla di scommesse mi viene in mente sempre il gioco del poker, dove si vince ma sopratutto si perde).

Per dire la verità non sono un esperto, anzi probabilmente non ho capito molto, ma forse la sostanza è questa:

C’è una corrente di pensiero nel mondo finanziario che comincia a scommettere nelle quotazioni dei fondi di investimento nel vino, come gli impianti e le reti di vendita, completamente staccata dalla produzione e dalle vigne. Si pensa in pratica che si può fare soldi con le azioni che investono in questo tipo di attività.

Nello stesso articolo si sottolinea come i nostri produttori siano agli antipodi rispetto ai produttori americani, sud africani o cinesi: siamo tanti, piccoli, legati alla vigna, alla terra, seguiamo logiche di rendita poco moderne e immobilizziamo grossi capitali.

E’ come dire che molti di noi produttori italiani non sappiamo fare finanza per cui, in parole povere, siamo “troppo contadini”, e i contadini è risaputo tendono a conservare, come le formiche non come le cicale.

A mio parere ci si dimentica però che “finanza” è spesso sinonimo di speculazione o di ricchezze che si basano sulla carta, tanta carta riservata a pochi completamente slegata dalle vere realtà produttive: è spesso un cancro del mondo contemporaneo.

Dunque, a mio avviso la fortuna del vino italiano può dipendere proprio dal fatto che siamo diversi da tutto il mondo: conserviamo ancora (non so per quanto) il senso della terra, del buon vino e del buon cibo. Che qualcuno ne renda merito.

Un vino da vecchi: il Chianti Classico

 

Una delle ragioni per cui il Vino Chianti Classico batte la fiacca sul mercato italiano, è quella di apparire e rappresentare un mondo stantio e “vecchio” per vecchi.

Addirittura Intravino, con Antonio Tomacelli in un suo recente post, afferma “Non impallinatemi, non sto dicendo che sia un vino da vecchi ma, insomma, ci siamo quasi.”

Cercando di essere obbiettivi un po’ di verità c’è per due motivi: il primo abbastanza intuibile, il prezzo medio relativamente alto che scoraggia i giovani all’acquisto, il secondo è la tipologia, che impegna il consumatore alla ricerca dell’abbinamento con pietanze appropriate, non sempre facili e realizzabili per motivi di spazio, tempo, ecc..

E’ dunque un vino difficile di questi tempi, per cui si finisce per acquistare vini più facili per tutte le occasioni (e non è detto più economico).

La ricetta per risolvere il problema è il nostro territorio. I Monti del Chianti riservano esclusive bellezze, ricordano sempre il piacere della vita, l’armonia della Natura, dei vigneti, la pace. Visitare il Chianti è un sogno per molti e chiunque è già stato in questo territorio ha mangiato bene, ha dormito bene, ha dimenticato per un attimo il caos delle metropoli.

Allora perché non cercare d’invogliare di rivivere quei momenti con l’acquisto di una buona bottiglia di vino Chianti Classico, comunicando il territorio, di ciò che hanno visto e provato, NEL vino? Le Menzioni Comunali e l’inizio di una zonazione unica in Italia, andrebbe in questa direzione.

Abolite le Zone Svantaggiate

Le zone svantaggiatre, in agricoltura sono quelle caratterizzate da disparità strutturali e naturali.

I nostri nonni conoscevano bene la differenza tra queste zone e le zone agricole “privilegiate”, poichè per esempio le famiglie che lavoravano a mezzadria nei poderi svantaggiati stentavano, mentre nei poderi normali le famiglie potevano vivere dignitosamente. Ad oggi, poco è cambiato.

La pratica è evidente: chi cerca di produrre cibo in zone difficili, sassose o impervie, o declive o in situazioni di isolamento, quelle montagnose, quelle collinari esposte male, quelle insomma dove il costo di produzione di qualsiasi prodotto agricolo è alto, dove la produttività dell’ambiente è notevolmente inferiore alla media (magari il paesaggio bellissimo, ma viverci e lavorarci è dura..) è penalizzato. Queste zone che spesso hanno svantaggi specifici, e l’agricoltura è il solo mezzo per assicurare la conservazione dell’ambientre naturale, tutto questo non è più tutelato.

Oggi, con le recenti leggi, è stato abolito il riconoscimento di tali differenze.

AMEN, ma ricordiamoci tutti le conseguenze negative che potrebbe comportare questa decisione.

Le Wine Industries

Secondo Assoenologi, quest’anno la produzione media prodotta è circa il 15% in meno della media. A seguito di ciò la valutazione dei vini all’ingrosso è aumentata dal 10% al 35%. Per dire la verità non mi risulta, ancora. Loro, loro, le Wines Industries, sono preoccupate perchè se aumenta il valore del vino diminuiscono i ricavi e i bilanci, sostengono, ne risentono negativamente; e se ne lamentano.

Secondo me loro, loro, non riescono a vedere al di la del proprio naso. L’agricoltura, la produzione agricola, non è assimilabile a un semplice prodotto di fabbrica, dove a tavolino si possono calcolare investimenti, ammortamenti, costi, ricavi, ecc., l’agricoltura non è un settore dove 1+1 fa 2.

Per questo motivo credo che se il prezzo del vino aumenta, finalmente, è un bene per tutti. Per prima cosa, perchè i tempi sono maturi per aumentare diffusamente la qualità; per secondo, perchè non si può continuare a impiccare i piccoli produttori costretti a vendere negli ultimi tre anni sottocosto rischiando di far cadere il ramo su cui le stesse Wines Industries sono sedute; per terzo la reciproca convenienza. La convenienza a pagare almeno i costi di produzione vuol dire aiutare chi lavora sul territorio, specchio di un vino, una denominazione, molto vantaggioso per chi non ha grosse relazioni col territorio. Contemporaneamente, per un piccolo produttore/imbottigliatore riuscire a vendere dignitosamente quelle partite meno pregiate (non scadenti, intendiamoci!), significa riuscire a mettere sul mercato vini di alta qualità che virtuosamente promuovono quel tipo di vino o denominazione che usa la stessa “Wine Industrie” (e d’altra parte i prezzi al dettaglio sono la discriminante fra le due categorie nel mercato). Aggiungo che sono convinto che occorrerà distinguere i due casi, visivamente, con semplici colpi d’occhio nella capsula o in altro modo evidente, come per esempio nella denominazione Chianti Classico, dove si trovano sullo scaffale bottiglie da 5 euro fino a 40 euro. Questo per far comprendere intuitivamente le utili differenze…

Per cui dico: l’aumento dei prezzi del vino “atto a divenire”, se esiste, è solo una benedizione, per tutti.

Uniti si vince

E’ comunemente noto che i padroni in epoca mezzadrile tenevano accuratamente le famiglie in stato di debito permanente, con vari mezzi. Si cercava cioè di non dare alcuna dipendenza economica onde evitare la fine dei privilegi dei padroni. Il debito delle famiglie permetteva di ricattarli in ogni modo e permetteva di tenere a bada con semplicità tutta una classe sociale. L’incarico di tenere a debito le famiglie era quasi sempre dato al fattore, riuscendo così quasi a nascondere il vero “mandante” di questa metodologia.

Mi sembra che a distanza di moltissimi anni, questo metodo si stia ripetendo sopratutto con la fascia media degli italiani, che sono stati “abbagliati” dal facile credito ma che ora devono fare i conti con la realtà. Chiunque andava in banca qualche anno fa per un piccolo prestito veniva convinto a prendere un grande prestito, se si chideva 10 si veniva convinti a prendere 100. Oggi questi debiti più o meno contratti dalle famiglie, ma anche da imprese più o meno piccole, assolvono la funzione di stabilizzazione sociale. Chi si azzarda a protestare? Il rischio è di perdere tutto.

Anche le piccole realtà vitivinicole risentono di questo fatto. Nonostante tutto, si continua a procedere in ordine sparso, poco uniti, rimanendo legati a logiche di controllo molto più grandi.

Si ha paura di perdere quel poco rimasto. Forse l’unico modo per una reazione unitaria è quello di perder tutto così da unirsi nelle rivendicazioni come è successo prima della Riforma Agraria del 1950?

 

Trasparenza: i dati di produzione di Caparsa 2010

Tempi di somme della annata vitivinicola 2010. Oggi ho compilato la denuncia di produzione. I dati finali del vino Chianti Classico sono questi:

Ettari in produzione iscritti al Chianti Classico 7,86

Vino Chianti Classico prodotto: Hl 103.60

Media di vino per Ha: Hl 13,18 (invece dei fatidici 52.5 Hl nelle annate normali). Quindi una riduzione naturale di circa il 75%

Una produzione bassissima, ma per questo motivo eccellente per quanto mi riguarda. Anche se i puri costi di produzione superano i 15 Euro a litro….

😉 Speriamo bene.

 

Il Papa: “E’ necessario rilanciare l’agricoltura”

 Il papa oggi nel discorso che ha preceduto l’Angelus ha parlato dell’agricoltura, della crisi di questo settore, lasciato da decenni nelle mani delle logiche bancarie, delle logiche del capitale, delle logiche di rapina ambientale e non più dei tempi dell’uomo e della natura. Il Papa oggi mi ha commosso, anche se non sono un credente.

E’ un emergenza, ma nessuno se ne occupa seriamente; una classe politica tutta intenta a preservarsi e intenta a seguire solo percorsi industriali. Eppure il sapere, la conoscenza e la cultura delle persone di questo settore è primario, ma oggi tutti lo hanno dimenticato. Dimenticato sotto tonnellate di carta burocratica, dimenticato dalla possibilità di acquistare il cibo nel mercato mondiale (per ora).

Ho visto e vissuto in prima linea uomini lavorare nelle vigne soffrendo, al gelo, al freddo, sotto la pioggia, di notte, ho visto uomini come Emilio, Terzo, il Regoli e altri morire dopo una vita trascorsa a lavorare nelle vigne, ho visto uomini morire schiacciati dai trattori. Chi beve una bottiglia di vino non si rende minimamente conto quanto lavoro, quante lacrime, quanta sofferenza per produrre quel santo liquido.

Si parla tanto, a volte troppo, tante chiacchiere spesso gratuite, presuntuose. Ma ogni tanto un ricordo, un attimo di raccoglimento, di silenzio, per chi ha dedicato un intera esistenza per produrre quel vino, ci vuole. E ci vuole una nuova politica agricola, urgente, per dare una speranza e continuità a questo Paese.

 

Osservazioni sul valore delle vigne

Nel capitale fondiario sono individuate due componenti, una naturale (la terra con tutte le sue caratteristiche) e una voluta dall’uomo (i miglioramenti, le case).

In Chianti stiamo assistendo a questo fenomeno: il valore delle case coloniche senza terra è stabile, mentre il valore delle case coloniche con le vigne è fortemente in diminuzione. Questo perchè chi deve gestire una vigna deve sborsare tanti soldi per il suo mantenimento, solo spese, come una tassa annuale.

Solo qualche anno fa il prezzo del vino Chianti Classico poteva permettere una conduzione agraria. Oggi chi si può permettere una conduzione agricola sono le imprese specializzate, o piccoli coltivatori diretti che a volte sono disposti a guadagnare meno di un operaio.