Da regime sanzionatorio a regime collaborativo

Forse la mia è una riflessione visionaria che non proviene da problemi contingenti ma è il risultato delle mie osservazioni. Provo ad esporla, perché davvero mi piacerebbe sentire più opinioni.

Le piccole imprese, gli artigiani, il tessuto economico flessibile e virtuoso di cui è ricca l’Italia, miniera di sapienza e inventiva, lo zoccolo duro dell’Italia, ha una spada di Damocle: la difficile conoscenza di tutte le norme legislative. Questa spada che pende pronta a colpire, spesso in modo iniquo, spesso solo per far funzionare apparati repressivi, non fa altro che ostacolare il lavoro di tante piccole attività. A mio avviso il regime sanzionatorio attuale ha costi superiori ai benefici per la collettività, sia per le macchinose o lente procedure, sia per i ricorsi o semplicemente per l’impostazione depressiva e non certo virtuosa.

Non è possibile continuare ad applicare le stesse norme per chi ha un’impresa con pochi dipendenti e chi invece ha centinaia se non migliaia di dipendenti.
Le imprese familiari sopratutto sono penalizzate dalla giungla di norme che obiettivamente è difficile conoscerle tutte, poiché pochi individui non possono coprire tutto.

La mia proposta è quella di passare da un regime sanzionatorio a un regime collaborativo, nel senso che quando si fanno i controlli, per lo meno al primo, non si applichi la sanzione ma una forma di aiuto collaborativo per migliorare l’impresa inadempiente.
Una specie di piano di rientro, dove la piccola impresa si impegna a risolvere l’inadeguatezza in un arco di tempo, seguita e aiutata da quegli stessi enti che conoscono quella norma. Enti che invece di sostenersi in qualche modo dalle sanzioni, si sosterrebbero attraverso il circolo virtuoso economico del miglioramento funzionale della piccola impresa italiana.

Le troppe consulenze

Consulenze, si vendono consulenzeeeee!!!

L’ultima offerta che mi è arrivata sono i servizi doganali, ma spesso arrivano proposte di servizi di marketing, consulenze per la produzione, servizi logistici, servizi per la tenuta dei registri telematici, servizi di assistenza e consulenza di ogni genere. Insomma un esercito di persone che, per carità non ho nulla di personale contro, ma mi sembra un tanticchio in eccesso rispetto a chi è addetto alla produzione, nel mio caso il vino.

Questo sta a significare che se compriamo un bene, il prezzo di quel bene si determina sopratutto dai costi dei servizi…
Servizi, che la burocrazia contribuisce a crescere in modo abnorme.

Una differenza sostanziale tra islam e noi

Ciò che è successo in Francia ha colpito tutti noi europei, e non solo.

Come produttore di vino mi salta agli occhi come, culturalmente, le differenze tra islam (sopartutto integralista) e noi, sia anche il consumo di vino, nel rispetto delle proprie convinzioni.

Io sono ateo e penso che le religioni sono spesso mezzi per controllare chi si domanda da dove veniamo, quali siano le radici, perchè esistiamo: lecito, ma anche pericoloso, poichè chi controlla e risponde a queste domande può influenzare le opinioni e l’agire di tante persone.

Nel mio piccolo noto che il vino, che rappresenta culturalmente il cibo nella nostra cultura, complemento essenziale del cibo, serbatoio di energia, facilitatore di idee e tolleranze, sia vietato nel mondo dell’Islam.

Nella nostra cultura produrre uva significa agricoltura: il vino è un prodotto agricolo. L’agricoltura condiziona i pensieri dell’uomo, l’agricoltura è una molla dell’evoluzione dell’uomo, condiziona le società. Per noi il vino è un alimento che ha stimolato la filosofia degli antichi Greci, dei Romani, di tutto il pensiero filosofico occidentale attuale. Oggi siamo così, pensiamo così, perchè il vino ha contribuito e contribuisce a farlo.

La felicità delle persone si misura anche nella capacità di leggerezza, il vino contribuisce, ma sembra che molte persone siano disposte ad uccidere per affrontare la pesantezza della vita. L’agricoltura è l’ultimo dei pensieri di queste persone, non credo neanche abbiano idee di come il cibo sia prodotto e come deve essere consumato.

Credo che l’educazione al cibo possa essere più efficace che mille guerre.

La Spada di Damocle

 

Un piccolo agricoltore, Coltivatore Diretto come me, si deve sobbarcare di mille obblighi, in quanto si occupa dalla produzione fino alla commercializzazione. Star dietro a tutto, lavorare sempre e ricordarsi che esiste l’amore, ed è la cosa più importante, per e della famiglia è difficile.

Cosicchè le spade di Damocle sono sopra le nostre teste, in ogni dove: il vigneto, le macchine, i collaboratori, la trasformazione, la commercializzazione, ecc.

Purtroppo, le numerose regole e leggi fanno in modo che anche piccoli errori formali possono diventare catastrofici se i controlli vengono applicati alla lettera.

Recentemente ho avuto un rilievo poichè nell’etichetta di alcuni vini non ho scritto “Prodotto in Italia”, avendo scritto solo “Italia”, oppure ho scritto “Integralmente prodotto da…” invece di “Integralmente prodotto e imbottigliato da…”.

Lo ammetto, mi è sfuggito, ma in parole povere se dovesse esserci un controllo della Repressioni Frodi avrò una multa ingente e il sequestro di tutte le bottiglie etichettate, che sono proprio tutte perchè imbottiglio etichettando una volta per tutte (non avendo spazi sufficienti per stoccare ed etichettare via, via).

Orbene, vi dico con sincerità che se accadrà qualcosa del genere, probabilmente andrò in galera perchè prima farò una strage. Ovvia l’ho detto, sia che ci crediate, sia che no.

 

 

Igt Toscana: un altro carrozzone in arrivo?

L’indicazione Geografica Tipica è una categoria di ricaduta per tutti quei vini che superano le limitazioni delle Doc e Docg, ma anche è un serbatoio che comprende anche molti Super Tuscans e vini che non hanno nessun riconoscimento a Denominazione di Origine. Questa denominazione è dunque molto importante.

Alcuni anni fa i controlli erano praticamente assenti, per cui in Toscana abbiamo passato un lungo periodo in cui si imbottigliava tre volte il quantitativo prodotto rivendicato (!).

Recentemente il TCA (Toscana Certificazoni Alimentari), ha cominciato a controllare e a farsi pagare dai produttori il controllo. Non ho notizie riguardo alla attuale corrispondenza tra produzione e commercializzazione.

Da poco tempo è però notizia che il Consorzio Vino Chianti ha deliberato unilateralmente una modifica del proprio statuto sociale inserendo l’IGT Toscana tra le indicazioni che si prefigge di tutelare. Per ottenere questo deve avere l’adesione del 35% delle aziende e del 51% della produzione Igt imbottigliata.

Questa iniziativa sta creando molti disappunti, come facile capire. Infatti pare che da tanto tempo si parlava di creare un nuovo Consorzio di Tutela per i vini IGT.

Ieri ho incontrato Michele Braganti che recentemente ha tolto la DOCG Chianti Classico per il suo vino Baron’Ugo e iniziare il percorso a IGT, per eliminare tutta una serie di compromessi e complicazioni. Proprio qui a Radda la massima espressione dei vini IGT ce l’ha Montevertine che da sempre, pur potendo entrare nella DOCG Chianti Classico ha sempre usato l’Igt per vini come Pergole Torte o Montevertine.

Insomma ne vedremo delle belle.

La mia prima considerazione è quella racchiusa nel titolo di questo post

Commissioni di assaggio che sacrificano i territori?

Ho ricevuto una lettera dal mio amico viticoltore Antoine di Casina di Cornia, che pubblico volentieri, poichè ancora una volta il dibattito sul ruolo delle commissioni di assaggio è davvero spinoso. Le commissioni di assaggio sono istituzioni formate da varie persone che giudicano i vini dal punto di vista organolettico per l’ottenimento della Docg Chianti Classico.

E’ noto che spesso i vini “tecnici” passano da queste commissioni con più facilità dei vini di “territorio” in quanto questi ultimi risentano profondamente della mano del produttore, ma anche di alcune specificità che ne esaltano certe caratteristiche, ma che generalmente non sono apprezzate dai tecnici.

Credo profondamente che occorrerà sottolineare sempre più la provenienza del territorio, piuttosto che legarsi su rigidità degustative, ma il dibattito è aperto.

Buongiorno a tutti,
ho deciso di scrivere sia per esperienza personale ma anche perché intuisco che il problema delle degustazione di idoneità creino problemi se non a tutti probabilmente a tanti. Se per anni non era un problema da quando sono entrate in vigore le commissioni attuale mandare un vino all’idoneità somiglia molto alla ruota della fortuna!
Per lo meno per me, anche se l’enologo mi dice che il vino è a posto mi è successo più volte di avere delle rivedibilità con commenti che non hanno senso nemmeno per l’enologo. Oltre a questo so di vini bocciati che poi sono finiti con punteggi sopra i 90 su riviste internazionali.
 
Non credo che si potrà far capire a Valoritalia che la degustazione di idoneità non è una degustazione tecnica, e che un leggera ossidazione o riduzione o brett possono essere un fattore di piacere gustativo nella complessità di un vino. Oltre a questo ci sono interessi IMMENSI di stupidi soldi…..
Credo che far uscire il dibattito in modo pubblico, esprimere la nostra insoddisfazione insieme possa essere utile. Anche sul piano psicologico, il fatto di avere un vino rivedibile o bocciato è vissuto come una vergogna e si tende a non parlarne, anche se si è convinti che il vino è buono e, che c’è lo dice il mercato oltre che i propri tecnici.

Ecco o motivi che mi spingono a scrivere per capire come la pensate e capire anche come ci si potrebbe raggruppare per agire insieme costruttivamente. Se avete idee o se volete mandare questo mail a vostri amici non ho problemi, ho scritto a chi avevo in rubrica.

Mi sono informato da amici francesi, da quelli di Saint Chinian ho avuto la risposta che vi metto in allegato con una mia traduzione e un riassunto. E un sistema estremamente semplice, sono convinto che potrebbe funzionare anche qui, e sono convinto che il miglior giudice sia il mercato e non le commissioni, ma quelle sono le mie idee, e mi piacerebbe potermi confrontare con voi. Aggiungo che non sono completamente ingenuo, e che so che non si potrà cambiare le regole cosi facilmente, ma sono malgrado tutto convinto che un dibattito pubblico, aperto e trasparente sul soggetto possa solo portare vantaggi per noi, so che di fronte ci sono interessi che faranno di tutto per impedire un cambiamento, ma sono convinto che la situazione attuale non soddisfa tanti produttori piccoli come grandi, per cui non è un problema di nicchia.
Cordiali saluti 

(Segue la risposta dei viticoltori di Saint Chinian)

Velocità rischiose nel mondo del vino

In questo mondo iper-informativo così veloce, riuscire a fermarsi per guardare attentamente quali siano i veri valori della vita, quella intima e personale, è sempre più difficile. Siamo presi dal tutto.

Il mondo del vino non è certo immune a questo, anzi la sua velocità è sempre più frenetica. Certe lentezze di una volta non esistono più.

Dal mondo esterno la visione bucolica di chi produce vino e di chi ci vive sopra è quella dominante e una sorta di probabile invidia pervade l’occhio superficiale di chi ci guarda. Ma la realtà non è così.

Feroci competizioni, stressanti battaglie contro ogni genere di avversità in vigna, il rincorrere continuo degli eventi e del mercato, le concorrenze sleali, le polemiche e poi il continuo e infinito “bla-bla”, la burocrazia, le connessioni sociali e un sacco di altra roba fanno di questo mondo una sorta di enorme frullatore che non si ferma mai.

Eppure a volte bisogna pur riuscire a fermarsi, osservare, contemplare, cominciare a scegliere, smettere con il superfluo e concentrarsi sull’essenziale.

Ne va della salute.

Le Doc e le Docg sono solo carrozzoni?

Lo spunto mi viene dal recente caso degli aromi taroccati del Souvignon nella regione Friuli Venzia Giulia, dove pare che qualche produttore si sia infilato nei guai utilizzando prodotti non consentiti (qualcuno afferma innovativi), non dannosi per l’uomo, ma non consentiti dal disciplinare. Mi ricorda molto il caso di alcuni anni fa del Brunello dove alcuni utilizzavano alcune uve non consentite nel disciplinare perchè, alla fine, era lo stesso mercato che richiedeva ciò.

Premesso che io penso, per principio, che modificare artificialmente la naturalezza del vino non sia buona cosa, ma comprendendo come il mercato condizioni certe scelte; premesso che non comprendo affatto coloro che esaltano forzature degustative che nulla hanno a che vedere con l’essenza del vino, cioè dell’alimento, ritengo che noi Italiani siamo un poco coglioni.

Il buon senso infatti dice che essendo le Doc composte da produttori che perseguitano gli stessi interessi, le eventuali problematiche debbano essere per lo meno rivolte al direttore della Doc per poi decidere eventuali azioni. Il senso di squadra deve prevalere, l’ordine sparso non porta a nulla, anzi porta solo a incomprensioni e distorsioni mediatiche che fanno la fortuna di pochi ma creano la disgrazia di tanti.

Nel caso Souvignon come in quello del Brunello, mi sorprende molto come gli stessi esperti degustatori, o per lo meno coloro che si ritengono tali, che poi sono coloro che orientano il mercato, si faccino abbindolare nella rincorsa al gusto dell’ “‘o famo strano”.

Se si volesse fare paragoni con gli esseri umani, io preferisco una donna vestita al mercato e che nuda mi dia emozioni, che una donna vestita da uno stilista ma che nuda di emozioni ne da davvero poche. Sembra però che il mondo giri nel senso opposto. Chi mi vuol capire capisca.

Burocratizzata anche l’assicurazione contro la grandine!

Eh sì! L’anno scorso assicurarsi contro la grandine era relativamente facile per noi agricoltori.

Quest’anno dopo aver fatto la domanda al CO.DI.PRA. e fatto la domanda di pre-adesione a ARTEA, occorre fare la domanda su ARTEA, poi si dovrà presentare il PAI (che cazzo è il PAI ancora non lo so, sicuramente non son patatine…), che andrà firmato in luoghi tenebrosi poichè occorre firmarlo sul SIAN…

Insomma sto cazzo di agricoltura 2.0 mi sta facendo innervosire.

 

 

L’autenticità dei vini

E’ il momento di approfondire l’argomento autenticità anche nel mondo del vino. Lo spunto l’ho avuto dalla lettura del libro di Paolo Degli Antoni e Sandro Angiolini “Cambiamenti nel paesaggio rurale Toscano dal 1954 al 2014”.

L’abuso della generalizzante parola “qualità” del vino a mio avviso deve essere superata dalla visione a 360 gradi che la parola “autenticità” possiede. L’indice di qualità può essere riduttivo poichè si basa sempre su fondamenti soggettivi o condizionato dal sentire più o meno comune del momento storico e culturale. Per esempio la percezione gustativa dei viticoltori Etruschi o Romani era sicuramente diversa tra loro e da quella attuale.

Autenticità significa invece, come nel Paesaggio, apprezzare un’esperienza complessa “nella quale percezioni, stati d’animo, ricordi, conoscenze ed esperienze si organizzano sino a poter giudicare, dare valore o non riconoscere affatto, a ciò che si presenta ai sensi (Cit.)”.

Il vino autentico dovrebbe dunque discostarsi dagli stereotipi abusati, dovrebbe essere originale, sinceramente il risultato senza forzature di quello che si è e si ha.

Nei vini occorre rafforzare la riconoscibilità e la distinzione, e quindi il giudizio deve originarsi da uno sforzo interpretativo della realtà gustativa su basi non solo organolettiche ma anche culturali, ecologiche e storiche.

Riusciranno le nostre guide nazionali di prossima uscita a cogliere questo aspetto?