Io mi chiamo nessuno

Forse perchè ho mal di schiena. Forse perchè è caldo. Forse perchè le responsabilità si sono moltiplicate. Forse perchè sono alcolizzato.

Il mal di schiena proviene dal lavoro in vigna sul trattore, il caldo con la fatica contribuisce all’intolleranza verso tutto e tutti, le responsabilità aumentano con l’avanzare degli anni. Di vino ne bevo 0,75 litri al giorno.

A pensarci bene 0,75 litri di vino equivalgono a 0,095 litri di alcool al giorno, al mese 2,92 litri, all’anno 34 litri (se non sbaglio!). Io lo ammetto. Ma quante persone in questo mondo del vino lo sanno?

Le conseguenze: cambi di umore? Depressione? Ma a volte mi domando cosa succede a tanti altri: quanto alcool a dismisura viene consumato senza un minimo di consapevolezza? Quanta depressione o sbalzi di umore provengono dalla nicotina (sigarette)? fumo (marjuana)? coca?

Insomma vivo e viviamo un tempo in cui ci si sdrena. Alcuni con Fair Play, altri con intellettualità, altri con inconsapevolezza: io lo ammetto.

E nei momenti di sconforto, l’idea di lasciar tutto e di mandare tutto al diavolo, anche se stessi, si fa grande. E le idee si confondono: l’interessante braccio di ferro tra un minimo di speranze e ideali (vedi Tsipras e situazione Greca) con la logica del mercato e del denaro mi affascina. Forse non centra nulla, ma sicuramente per me conciliare il mio sogno di vita facendo l’agricoltore e rimanere nel sistema economico così competitivo e spietato è un forte stress.

 

 

La vocazione di un territorio

Vocazione. Questo vocabolo non solo si usa nell’ambito religioso, ma può essere validamente usato per definire alcuni dei territori vitivinicoli italiani.

Vocazione al vino di un territorio significa un luogo dove da migliaia di anni la vitis vinifera ha vissuto e vive, presidiando una ecologia che la comprende da migliaia di anni. Significa che i microorganismi, i funghi, i batteri, gli insetti, e tutti gli esseri viventi hanno e continuano ad interagire tra loro e la vite. Significa che il vino prodotto in tali zone può essere prodotto spontaneamente. Significa che la vite interagisce in simbiosi con la vita essendo essa stessa vita. Significa salubrità.

Quando si parla di territori vocati al vino si racconta dunque la bellezza delle differenze, le caratteristiche, le peculiarità ambientali che la vite col suo frutto apporta nel vino e si lega con la locale cultura, le tradizioni, i paesaggi, i cibi e la cucina.

Per questo è importante iniziare la zonazione di un territorio come il Chianti Classico: un territorio vocato.

A me pare che nel mondo ci siano tanti vigneti dove la vite non è mai esistita fino a pochi decenni fa e che certo lì i vini spontanei e salubri difficilmente si possono fare. Forse si possono fare vini tecnici, quelli si. Come si può pensare di impiantare vigne ovunque pensando che sia profittevole ovunque? Ci vorrebbe dunque, secondo me, una certa cautela sopratutto nei luoghi e nei Paesi dove la vite non è mai vissuta.

Gregory Dal Piaz, conosciuto wine writer americano, proprio oggi mi ha detto che in Napa Valley col caldo incredibile di oltre 40 gradi centigradi degli ultimi anni (vedi cambiamenti climatici) raramente si producono vini accettabili: tutti a 16 gradi.

 

Quelli che… il vino

Quelli che mettono i voti sui vini… quelli che hanno un blog… quelli che ti taggano… quelli che scrivono di vino…. quelli che spingono… oooyeahh!

Quelli che hanno la cravatta… quelli che non sudano mai… quelli che non si sporcano le mani… quelli che pubblicano la foto… oooyeahh!

Quelli che sanno tutto… quelli che giudicano… quelli che sono influenti… quelli che si sentano famosi… quelli che cercano di viverci… oooyeahh!

Quelli che sono invidiosi… quelli che sono spavaldi… quelli che sono vanitosi… quelli che sono seri… quelli che sono finti… oooyeahh!

Quelli che il vino lo portano… quelli che il vino lo scroccano… quelli che il vino lo sputano… quelli che il vino lo bevano e basta… oooyeahh!

Insomma, il mondo del vino è un gran minestrone! Scusami Jannacci! Wink

Il vino di stagione

Per mangiare e vivere bene occorre  consumare il cibo di stagione. Ogni stagione, ogni annata, segna con le influenze climatiche e non solo, gli indirizzi che favoriscono più un determinato cibo che un’altro.
Il compito dell’uomo, del contadino, è (o è stato!) proprio quello di riuscire a cercar di prendere il meglio dell’annata per assecondare ciò che l’annata esprime.
Anche il vino non è immune da questa caratteristica: ogni anno la vite reagendo diversamente, porta il vignaiolo ad assecondare le differenze. Dunque il vignaiolo difficilmente riesce a standardizzare la quantità e il numero delle bottiglie prodotte (a meno che non ricorra al mercato), oppure la qualità, oppure è costretto a saltare alcune annate, oppure produce vini che si riesce a fare solo in determinate condizioni e annate. In poche parole le produzioni sono scostanti.
Purtroppo mi rendo conto che tutto questo fa fatica ad essere compreso, sopratutto in Italia. I mercati vogliono il solito numero di bottiglie, la solita qualità e sopratutto lo stesso prezzo. Insomma non si riconoscono i tempi e i modi della Natura. Mi dicono in proposito che in Francia usualmente cambia il prezzo secondo le differenze, mentre in Italia questo non è tollerato. Forse perchè si riconosce lì il valore del vino artigianale rispetto a quello industriale e quì no? Non saprei, ma probabilmente è perchè pochi sanno spiegare tutto questo.
Per quanto mi riguarda, l’annata 2014 l’ho interpretata producendo 500 litri di Sangiovese con metodo Champenoise (uscita prevista 2017/18) e producendo 5000 litri di Rosato, produzioni che non credo riuscirò a ripetere facilmente. Oppure l’annata 2010, quando a causa della peronospora larvata ho perso il 75% di produzione riuscendo però a produrre un Chianti Classico Caparsino Riserva eccellente

Vino e finanza: boh!

Ho letto un interessante articolo apparso su Repubblica  sulle scommesse finanziarie sul vino (non so perchè ma quando si parla di scommesse mi viene in mente sempre il gioco del poker, dove si vince ma sopratutto si perde).

Per dire la verità non sono un esperto, anzi probabilmente non ho capito molto, ma forse la sostanza è questa:

C’è una corrente di pensiero nel mondo finanziario che comincia a scommettere nelle quotazioni dei fondi di investimento nel vino, come gli impianti e le reti di vendita, completamente staccata dalla produzione e dalle vigne. Si pensa in pratica che si può fare soldi con le azioni che investono in questo tipo di attività.

Nello stesso articolo si sottolinea come i nostri produttori siano agli antipodi rispetto ai produttori americani, sud africani o cinesi: siamo tanti, piccoli, legati alla vigna, alla terra, seguiamo logiche di rendita poco moderne e immobilizziamo grossi capitali.

E’ come dire che molti di noi produttori italiani non sappiamo fare finanza per cui, in parole povere, siamo “troppo contadini”, e i contadini è risaputo tendono a conservare, come le formiche non come le cicale.

A mio parere ci si dimentica però che “finanza” è spesso sinonimo di speculazione o di ricchezze che si basano sulla carta, tanta carta riservata a pochi completamente slegata dalle vere realtà produttive: è spesso un cancro del mondo contemporaneo.

Dunque, a mio avviso la fortuna del vino italiano può dipendere proprio dal fatto che siamo diversi da tutto il mondo: conserviamo ancora (non so per quanto) il senso della terra, del buon vino e del buon cibo. Che qualcuno ne renda merito.

Oltremodo tannico?

Ottima espressione, colta qua e là, per descrivere alcuni miei vini Chianti Classico. L’eccesso, che ha contraddistinto alcune annate dei miei vini ha origine da diverse ragioni che non giudico, ma che cercherò di spiegare.

Spiegare i vini e il proprio operato in trasparenza è sempre utile. Ognuno potrà dare giudizi, ma l’importante non è nascondersi o aver paura o non saper accettare le critiche quali che siano. Mai peccare di presunzione,  a mio avviso.

Provo quindi a spiegare qualcosa:

– L’origine. La natura del Sangiovese piantato nelle vigne negli anni 60 era molto rustico. Ho continuato a coltivare quelle vigne fino al 1999, anno in cui ho cominciato gradualmente le estirpazioni reimpiantando cloni selezionati (Chianti Classico 2000) e che ormai hanno sostituito tutti i vecchi impianti. All’epoca quei cloni così rustici avevano un senso in quanto il Sangiovese nel Chianti si poteva vinificare insieme a due vitigni a bacca bianca: il Trebbiano e la Malvasia che “diluivano” quei tannini così spesso oltremodo presenti nell’uva di Sangiovese.

– La macerazione, che avveniva con pompe troppo veloci, estraendo a volte in eccesso.

– le condizioni orografiche e climatiche di Caparsa, situata in zona Nord-Est di Radda in Chianti che impedivano maturazioni perfette in annate particolari, aiutate dai cinghiali che di notte “sceglievano” le uve migliori (oggi le vigne sono protette da recinzioni e recinzioni elettriche). Negli ultimi anni la zona, condizionata dai cambiamenti climatici e in particolare dall’aumento della temperatura media, si è ormai allineata su standard di maturazione fonologica radicalmente più elevata che nel passato.

– I quattrini, che hanno condizionato alcune scelte. Ho sempre usato risorse provenienti dalla mia attività di contadino e non ho mai avuto entrate o appoggi esterni. Dunque, senza mai fare il passo più lungo della gamba (tipico della cultura contadina… l’opposto della cultura della finanza).

– I Periodi Storici. I fusti piccoli hanno condizionato per almeno un decennio i vini del Chianti ed anche me. “Seccavano” oltremodo i vini. Per fortuna le barriques sono in fortissima decadenza nel Chianti ed anche io, oggi, ormai uso solo botti di grande capacità (a Caparsa da 10 o 18 Hl per la maturazione del Sangiovese).

– La mia indole, che solo negli ultimi anni si stà parzialmente ammorbidendo.

– Il percorso dell’esperienza, cioè il cammino che una persona vive nell’intreccio delle relazioni affettive e delle esperienze, che si riflettono particolarmente nelle capacità lavorative sopratutto dei vignaioli e più in generale di tutti gli uomini.

In conclusione… io ci metto tutto il mio cuore e se qualcuno mi critica… è il benvenuto!

La Casa del Chianti Classico: male su Trip Advisor

Mi sono imbattuto sulle recensioni della community di Trip Advisor sul Convento di S. Maria Novella, sede della Casa del Chianti Classico, dove alcuni commenti sono a dir poco catastrofici.

Un ambiente stupendo ma che ancora non riesce a decollare evidentemente per mancanza di un preciso spirito imprenditoriale ed entusiamo oltre che per mancanza di indicazioni chiare, come risulta chiaramete dalle recensioni. E’ infatti un po tutto approssimato. Quale la causa? Forse la burocrazia? Forse l’incapacità? Forse il solito carrozzone?

E’ il Consorzio Chianti Classico che si sobbarca di mantenere la struttura, evidentemente in gran passivo, dato che viene utilizzato anche scarsamente. Siamo dunque noi Soci che ce ne sobbarchiamo il mantenimento. E noi si paga.

Da una breve ricerca sembrerebbe che la struttura sarà rilanciata quest’anno sotto il nome di Gallo Nero Expo 2015 da MIlano a Radda, ma contemporaneamente la pagina Facebook è ferma al 1 Dicembre 2014. Non sarà mica un’altro flop, dove all’eventuale arrivo di finanziamenti pubblici il funzionamento della struttura sarà affidata a Godot?

A queste domande non posso certo rispondere io, ma posso solo sollecitare risposte tramite questo spazio…

Le annate nel Chianti Classico: non confondiamo le zone!

Torno dal primo giorno di Chianticlassico Colletion, presso la fascinosa Stazione Leopolda a Firenze e penso come “gliè tutto sbagliato gliè tutto da rifare” (no, non tutto, dai!).

Il primo giorno è dedicato ai giornalisti che hanno una sala bellissima dove, basandosi sul catalogo del Consorzio, scelgono i vini per annata e categoria per poi dare i giudizi sulle annate in generale e sui singoli vini dell’intera denominazione. A volte non vorrei essere nei loro panni: spesso assaggiano oltre 200 vini!

Ma questi vini hanno talmente così grandi differenze qualitative tra territori che dare giudizi generali su un annata è fuorviante. Nel Chianti Classico le variabilità per produttori e per ambiente sono molto forti nelle singole annate: per esempio i vini di Castelnuovo Berardenga non si possono paragonare con i vini di Radda, i vini di Radda non si possono paragonare ai vini di Gaiole, ecc… In buona sostanza le condizioni climatiche e orografiche, condizionano così tanto i vini all’interno della Denominazione che non è giusto generalizzare.

E’ quindi necessario restringere i giudizi sulle annate e sui produttori per singoli territori, almeno iniziando dai Comuni amministrativi (Radda in Chianti, Gaiole in Chianti, Castellina in Chianti, Castelnuovo Berardenga, Poggobonsi, Barberino Val D’Elsa, San Casciano, Greve in Chianti).

Ritengo che una suddivisione delle annate e delle tipologie dei vini per Comune sia importante per descrivere e comunicare al meglio le qualità, ormai diffusamente certe nel Chianti Classico. Il catalogo del Consorzio vino Chianti Classico al momento non offre questa possibilità.

Il vino senza fronzoli

Il vino è un qualcosa che va al di la della comprensione, è un mistero umano. Sentite questa:

Un vecchio contadino, il Gigli qui a Radda in Chianti, produttore di qualche quintale di vino per consumo, ma anche per la vendita, produceva vino che in alcuni anni gli veniva male. Normale, perchè chi produce vino senza tanti fronzoli, magari bio- o al risparmio, è più suscettibile delle differenze stagionali.

Insomma, per farla breve, anche quando il vino non era all’altezza, lui ci si abituava. Ci si abitua al gusto così tanto che è difficile cambiare. E lui si abituava così tanto, che se doveva andare a cena da qualcuno si portava il Suo vino, per non bere il vino degli altri e perdere l’abitudine di bere quel Suo vino, quel Suo Amore, che anche in annate difficili amava.

Una piccola storia.

La folla intorno al vino

Una grande folla si aggira, ruota, in modo spesso folle nel mondo del vino.

Io che sono abituato alla solitudine del lavoro in vigna o in cantina, mi disorienta un poco ultimamente. Probabilmente anche l’internettizzazione di questo mondo con migliaia di informazioni, di inviti, di richieste, di obblighi che ogni giorno arrivano sulla casella elettronica, ma anche la velocità vorticosa del giro di questo tipo di mondo, è ciò che mi disorienta.

Questo per esempio è il tempo dei corsi obbligatori, di chi organizza i corsi e chi li conduce. Corsi per fare tutto, per guidare il trattore (dopo 45 anni che lavoro col trattore), corsi per i i collaboratori, corsi per acquistare i prodotti, corsi di quà, corsi di là, corsi, corsi e corsi, un fiume di corsi. Ed è anche il tempo dove tutto deve essere regolato, legiferato ogni respiro, ogni angolo di questo mondo, dove nessuno più si carica o si vuol far caricare di responsabilità.

Ecco, sono le responsabilità che tutta la collettività, noi, stiamo rifiutando: come dire, io, noi, non vogliamo e non possiamo più applicare il Buon Senso; il Buon Senso è perso, morto, e le leggi, le troppe leggi, hanno sostituito il Buon Senso.

E così nel mondo del vino ruota una folla fatta di persone spesso con le scarpe lucide o incravattate, alcune in nome della legge, per cercare spazi vitali disponibili. Ma gli spazi sono sempre più piccoli ormai, spazi dove si aggirano gli onesti e i disonesti, chi cerca solo profitti, chi cerca possibilità, chi cerca di bere bene gratis o chi idealizza questo mondo e vive solo di questo mondo.

Insomma una gran folla che finsce per diventare un buco nero ai miei occhi dove, dietro le quinte, regna solo la regola del business. Capisco, senza quello è difficile andare avanti per noi tutti, produttori, rappresentanti, distributori, ristoratori, blogger, giornalisti, notai, avvocati, banche, enti, addetti vari. Ma è come se questo mondo si sia definitivamente allontanato dalla realtà pratica della campagna e sia diventato pericolosamente populista, eccessivo, di troppo, dove appunto il Buon Senso è svanito.

La semplicità nel godere di un bicchiere di vino, in silenzio o in compagnia, sono ancora intimi attimi preziosi da non farsi rubare.