Una giornata alla Collection Chianti Classico

Una festa del vino, ieri trascorsa alla Stazione Leopolda a Firenze. La divisione per territorio tra i banchi dei produttori è stata universalmente riconosciuta molto interessante, anche se sul catalogo generale l’elenco era alfabetico così che c’era una discreta difficoltà se si voleva fare un percorso zonale. Il percorso  è comunque iniziato (ricordiamoci i meriti di Masnaghetti, con le sue mappe di vini Enogea!) e speriamo che velocemente anche a livello legislativo la zonazione diventi operativa. Questo favorirà le eccellenze dei piccoli produttori vignaioli, ma favorirà a caduta anche chi “assembla” i territori.

Mi pare di dire, dopo numerosi assaggi, che il Chianti Classico stia superando di molto la qualità in confronto ai prezzi, collocandosi su una fascia di mercato che dovrebbe ampliarsi notevolmente tra chi si rivolge sopratutto al prezzo e chi guarda l’alta qualità.

Argomento del giorno è stato un pò la cena del giorno prima da Burde di alcuni piccoli produttori del Chianti Classico, me compreso naturalmente, in compagnia di enoappassionati e qualche (pregiato devo dire) giornalista, presentata dalla stampa come cena provocatoriamente alternativa a quella del Consorzio. Un po di enfasi giornalistica ha sicuramente provocato un po di malumore, ma la semplice argomentazione di una cena dove insieme si sono ritrovatai comuni appasionati con alcuni piccoli produttori e per di più  economica (gli appassionati hanno pagato anche per i produttori la giusta cifra di 35 euro, considerando che c’erano vini fantastici e qui cito solo Montevertine…), hanno rasserenato gli animi.

Vorrei spiegare qui che noi vignaioli abbiamo tante cose da comunicare, da raccontare, da esternare e quindi il bisogno di attenzioni, piccole attenzioni, è forse una esigenza generalmente sottovalutata da chi è abituato a lavorare razionalmente a tavolino, a differenza di chi, oltre al tavolino, ci mette il cuore. Come ci mette il cuore l’eno-appassionato.

 

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7 pensieri riguardo “Una giornata alla Collection Chianti Classico”

  1. Paolo sto leggendo da pià parti, da Slowine fino al forum del Gambero, dei giudizi davvero lusinghieri sul Caparsino e sul Doccio al Matteo. Questo è il tuo anno, stai raccogliendo quanto finora seminato e sono orgoglioso di conoscere te, al tua famiglia e i tuoi vini. Tra l’altro già li avevo assaggiati da te in anteprima 🙂
    Grande!

  2. è proprio perchè anche noi enoappassionati ci mettiamo il cuore che comprendiamo il valore del tuo messaggio.
    Dobbiamo, tutti uniti, in tutti i modi “divulgare” questa cultura:
    é proprio “educando” la gente a guardare in altre direzioni (la vostra) e non sempre verso i soliti, che si ottengono grandi risultati.
    Nel mio piccolo cercherò sempre di raccontare chi siete, cosa fate e come lo fate perchè le persone capiscano cosa sia la qualità ma non solo.
    Il senso della cena era questo
    Bravo Paolo continua così i tuoi vini ci emozionano! Complimenti per i giudizi ricevuti.

  3. Si potrebbe parlare di "movimento" che comprende consumatori e produttori. Un movimento dove la trasparenza e la comunicazione diretta, oggi agevolata dalla tecnologia, riveste un valore aggiunto. Gli ideali che accomuna "il movimento" sono poi quelli dove non trova spazio l’inganno, la furbizia, l’inganno e la bugia, magari subito dopo smentita… insomma un modo di esprimere la franchezza della vita senza tanti artifici. Non è semplice in questa così complessa società, ma in tanti (e vedo tanti giovani) ci stanno provando.

  4. …e non dimenticate ..”la tradizione”…quella vera e non quella”distorta” raccontata-insegnata in questo passato decennio da ”faccendieri”e pseudogiornalisti ”tradizionalizzati a scrivere solo dietro compenso”….

  5. da anni combatto una battaglia in nome della tradizione del chianti classico. La formula dettata a suo tempo dal barone di ferro Bettino Ricasoli, ha permesso al chianti classico di conquistare il mondo, non solo l’aggiunta della malvasia e del trebbiano assieme ovviamente al canaiolo, ha permesso per tanto tempo di poter bere dei chianti classici anche di annata e con notevole piacere. E’ vero che questo comportava il problema che le riserve dopo 4 anni cominciavano una curva discendente, ma la cosa poteva benissimo essere ovviata utilizzando per queste ultime e solo per queste uve nere autoctone come la malvasia nera, il colorino, il ciliegiolo, il mammolo, od anche cloni di sangiovese dimenticati come il foglia tonda. Poi se si voleva andare incontro al gusto internazionale si potevamo benissimo usare vitigni tipo il cabernet sauvignon (non il franc), il merlot od il pinot nero; scegliendo gli appezzamenti più adatti per realizzare questi super tuscan. Si sarebbe così mantenuta la tradizione, risolto il problema dell’invecchiamento ed offerto un prodotto più rivolto alla clientela internazionale. Invece non esiste più una ricetta per il chianti classico, ognuno fa come gli pare; chi solo col sangiovese, chi aggiunge un po’ di canaiolo e/o anche colorino etc etc. senza considerare chi fa blend con merlot o cabernet. Insoma il consumatore che vuole bere un chianti classico non sa più come fare, perchè sotto quel nome trova oramai vini diversissimi, ed allora o facciamo come in Francia e parcellizziamo la zona e quindi poi avremmo un radda od un castellina tanto per fare degli esempi, o ristabiliamo un disciplinare serio che obblighi i produttori del classico a rispettare tutti le stesse regole con poche o nulle variazioni, e riavremo ancora il vino italiano più conosciuto al mondo.

  6. .. forse.. basterebbe dichiarare ”onestamente” che uva hai usato in quella bottiglia (uva da vitigni del ” germoplasma viticolo toscano”)…poi sarà il consumatore a scegliere..

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