Il vino Chianti Classico in panne: é vecchio?

Il mercato del vino Chianti Classico ancora arranca: i prezzi del vino atto a divenire e dell’uva sono ai minimi storici. Politiche commerciali dei pochi grandi imbottigliatori, diminuzione dei consumi, una politica generale che non favorisce certo i vino Toscani, speculazioni, giacenze alte, stanno mettendo in ginocchio molti produttori di uva e di vino.

Mi domando se la percezione dell’immagine di questo vino sia quella giusta. Senza mettere in discussione la qualità che secondo me è mediamente molto alta, mi pare che un aspetto da esaminare per capire questo fenomeno è la percezione che un consumatore medio ha sul vino Chianti Classico. Associare l’immagine di questo vino sempre a Castelli, magnifici Borghi, Ville, Nobiltà, grandi occasioni, può far perdere quel guizzo di vitalità, gioventù, gioia, che un buon bicchiere di vino Chianti Classico con un panino al salame o al lampredotto può dare? I giovani, che sono il futuro del consumo di questo vino, sono stati mai valorizzati in pieno nella comunicazione?

L’indagine che vorrei fare con questo post è: pensate che l’immagine del vino Chianti Classico sia troppo “vecchia”?

 

 

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14 pensieri riguardo “Il vino Chianti Classico in panne: é vecchio?”

  1. Hai ragione ,hai centrato il bersaglio, troppi Borghi e troppi Castelli, del Vero Chianti non se ne sente piu’ parlare e da noi non si vede neanche in giro,avrebbe bisogno di un nuovo " BATTONAGE" dell’immagine fare come il vino di Montefalco il " Chianti Day " e portarlo in tutte le sale d’Italia e farlo conoscere alle nuove generazioni anche per non perdere il vero blasone che ha,ciao a presto e viva il mitico " Fiasco " mi manca….

  2. Paolo, non credo che l’immagine del Chianti Classico sia legata solo a " a Castelli, magnifici Borghi, Ville, Nobiltà, grandi occasioni," infatti è anche legata soprattutto al magnifico paesaggio. Se si considera che queste immagini evocative e che amaliano ogni consumatore non sono frutto artificioso di abili strategia di marketing in qualche modo false, ma corrispondono alla realtà delle nostre colline, allora la cosa assume un valore ancora più notevole: insomma non credo che tutto questo sia da considerare stantìo! Oggi semmai ed in questo sono d’accordo con te, il consumo del Chianti Classico talvolta è formale, troppo, e ha perso l’essenza di quello che Il Chianti dovrebbe anche essere, per certe tipologie almeno cioè, essere anche una bevanda dissetante, da consumare senza troppa solennità, quotidianamente come è stato per secoli e secoli. In questa ottica sarebbe anche più adatto ad un consumo giovanile ed é questo secondo me l’aspetto da recuperare: nella sostanza ancora prima che nella forma, ma oggi il Chianti è ancora in grado di produrli vini simili… ?

  3. Allora Cristiano siamo in sintonia. Il paesaggio è sicuramente un dato fondante dell’immagine del nostro vino. Ma forse bisognerà ritrovare un aspetto quotidiano, qualificante del "quotidiano", per un consumo più semplice, meno impegnativo, legato a comportamenti più giovanili. Una parte di comunicazione, a mio parere, dovrebbe cominciare a considerare una realtà in continuo cambiamento, quello giovanile, dove spesso la "moda" la fa da padrona. Basta pensare quest’anno al successo degli spritz o del prosecco, che trascina e ha trascinato anche numerosissimi stranieri qui in zona, nel cuore del Chianti Classico.

  4. Si ma non è solo una questione di comunicazione è una questione di sostanza. Sono alcuni anni che il mercato sembra richiedere vini sempre più territoriali ma anche dotati di una maggiore bevibilità e la natura non ci da certo una mano, visto che da me dalla produzione 2011 non ho niente sotto i 15° alcolici e sono certo che non sono solo. Ci vorrebbero, invece per il consumo quotidiano dei vini con gradazioni modeste (anche 10° ). Mi immagino dei vini floreali, leggeri, aciduli con un po’ di carbonica naturale, "da governo", ma oggi saremmo in grado di produrli senza troppi artifici e mantenendo un’identità chiantigiana ? Qualcosa di alternativo alla…birra. Ovviamente dico questo senza rinnegare l’importanza e la centralità del Chianti Classico "serio", è bene specificarlo.

  5. Mi sembra che si stia facendo un po’ di confusione. Il buon vecchio chianti del fiasco, era un vinello con un colore meno acceso, un po’ acidino, sicuramente non adatto all’invecchiamento. Era il vino da poco con cui pasteggiare. Non dimentichiamo che questo vino lo faceva il mezzadro, quindi era a costo zero. L’immagine del Chianti è stata modificata, ne è stato fatto un vino più importante, più invecchiabile, ma va da se che non è più il vino che avevamo nel fiasco, ciononostante mi sento spesso dire da chi non capisce niente di vino, ma che costituisce la maggioranza degli acquirenti, che il chianti non è più buono come una volta. Da questo evinco che l’immagine del nostro vino è un po’ appannata nell’immaginario comune, che la politica di promozione del nostro Consorzio poco chiara, visto che siamo in balia delle mode, merlot si, merlot no, ora va il sangiovese in purezza, per accontentare i mercati esteri, che comunque adesso si rivolgono a vini più a buon mercato. Secondo me il Chianti è MOOOOOOLTO più buono di una volta, ma a 20 euro alla bottiglia non si può certo berlo per mangiarci un panino, e sicuramente non è un prezzo abbordabile per i giovani. I mezzadri siamo diventati noi piccoli produttori, che siamo stanchi e demotivati, dobbiamo essere perfetti, belli sorridenti, e fare un vino ogni anno più buono e più a buon mercato. Alla fine verremo strangolati dai grandi che ci stanno alle calcagna cercando di fare vini a prezzi cileni, e addio definitivo alla territorialità. Bene. Lo sfogo è finito, buona giornata a tutti, io scappo in cantina
    monica

  6. Preciso: siccome ci sono bottiglie di Chianti Classico diciamo da 6 euro a 40 euro, certamente il bicchier di vino col panino si rivolgerà su una fascia di prezzo medio bassa, ma la questione fondamentale, viste le giacenze, è recuperare il consumo del vino Chianti Classico, a scapito magari… del prosecco. Come? La questione è cercar di far diventare "moda" un consumo più continuativo (consapevole, elegante), per aumentare le vendite. Quindi, a mio parere, il target "giovani" , deve essere preso in maggior considerazione.
    Il vino nel fiasco, il vinello, (lasciamo fare i vinelli a 10 gradi al Tavernello, per favore) quella è storia passata, per fortuna.
    Ma il vino Chianti Classico, con l’immagine del territorio, della qualità, del paesaggio, della sostenibilità, deve essere accompagnata anche da un’immagine più giovane, rivolta ai giovani. Non è compito nostro trovare le soluzioni, noi dobbiamo solo stimolare le idee.

  7. @Monica e Paolo, in linea di massima sono d’accordo con quanto dite, ma come dice Paolo l’importante é stimolare la circolazione di idee, brainstorming come direbbero gli anglosassoni. Effettivamente pensare di produrre dei vini da 10° dai nostri territori è una cazzata, lo riconosco ma quello che miravo è dire che se vogliamo proporre i nostri vini per un consumo giovane, al pari di un Prosecco dobbiamo ripensare qualcosa.

    Mi vengono in mente immagini (sto invecchiando) di quando mi sedevo a tavola con i mezzadri e si beveva in bicchieri tronco-conici (duralex) un vino acido e profumato, da allungare rigorosamente con acqua (consentita la frizzina, orrore! ). Però era una bevanda rinfrescante e corroborante. In un certo senso anche questo era cultura e sta scomparendo, anzi è scomparsa. Forse qualcosa di questo non andrebbe dimenticata.Ciao

  8. Io sarei più positivo sul piano dei consumatori e più negativo su quello dei produttori.

    I giovani a chi piace anche un bicchiere di rosso ci sono, andrebbero sostenuti e incentivati un po, creare occasioni di consumo e abbinamenti, ma ne incontro sempre di più, con "sorpresa" e soddisfazione.

    Sul lato produttore…. la vedo più complicato, se il produttore fosse un agricoltore, che calcola i suoi prezzi per vivere ed investire "giustamente" in cantina, forse qualche anno fa non avremmo perso una delle belle occasioni di fidelizzare la clientela. Ma i produttori hanno pensato che era meglio massimizzare i profitti, dopo tutto le cantine nelle quali investire dovevano somigliare di più a salotti che "la gente normale" non si può premettere. Con i risultati che ora abbiamo sotto gli occhi..
    I prezzi ad altalena nei mercati di consumo sono ideali per scoraggiare i consumatori.

    Ora possiamo cercare di fidelizzare i clienti, e ci conviene sbrigarci, ma lo faremo al ribasso al limite dei costi senza investimenti in salotti!

    Converebbe che i produttori chiantigiani (magari anche qualche impiegato degli uffici tecnici comunali) girino un po il mondo vinicolo europeo, non quello dei castelli, ma quello maggioritario, per capire come si investe e come si regolano certi costi.

    Tutto il chianti classico dopo tutto è una piccola realtà produttiva in termine di n° bottiglie, per cui una politica commerciale più intelligente nei periodi dove "tira" il prodotto sarebbe la via maestra per crearsi un mercato fedele, garantendo un prezzo stabile e giusto al consumatore che permette però al produttore di andare avanti sia con il reditto che con investimenti "intelligenti" . No abbiamo colettivamente scelto di massimizzare sempre, be ora massimiziamo all’ingiù…
    Pensate che gli investitori, principali attori dentro al denominazione, andranno a cambiare il loro modo di pensare? ho qualche dubbio!

  9. L’hai nominato: il Tavernello ! Se la Caviro per assurdo avesse comprato in blocco l’uva "atta a divenire Ch.Cl."ai prezzi attuali, avrebbe potuto confezionarlo come vino da tavola in brick….e farci un profitto. E che se davvero l’avesse fatto avrebbe sottratto dal mercato una consistente quota di vino ed avrebbe fatto aumentare le quotazioni del Chianti Classico. Fanta-enologia !

  10. bene bene( o forse meglio dire ..”male male”..)…si comincia a delineare ”la perversione” che c’è stata e che c’è ancora …

  11. Basta guardare le etichette, tutte di impianto ottocentesco, con pochissime eccezioni (le Boncie). Ma dipende anche dall’età dei vignaioli, il chianti è tutto in mano alle vecchie famiglie. Non dico che è un male, anzi, sicuramente c’è un grande rispetto della tradizione e di uno spessore storico che inevitabilmente costringe e allo stesso tempo nobilita. In sicilia c’é più spazio, e questo spazio viene occupato da giovani vignaioli con meno vincoli enotecnici e formali, ed escono etichette giovani e formati poco standard: borgognone, bodolesi basse (Cos), etichette più asciutte e leggibili, anfore e legni locali. Prendi l’Alsazia: vatti a vedere le bottiglie della famiglia Rietsch (e magari bevile, anche).
    Poi c’è la questione dei vini naturali, che per la storia recente del vino ha avuto la forza scardinatrice che il punk/new wave ha avuto per la musica alla fine dei ’70: ha azzerato tutto. In un attimo le grandi aziende vinicole sono diventate dei dinosauri fuori del tempo, pesanti e polverose come le super band dei settanta (CSN&Y), aziende che ancora si trascinano a fatica il peso inutile di troncoconiche da dieci chili, con le loro dorature kitsch, ed ettari di Super Merlot e di Super Cabernet che adesso non vuole più nessuno. Questo vento fresco dei vini naturali si è fatto sentire marginalmente nella rocca del chianti classico, che è comunque un luogo della tradizione, ma ha portato anche quì l’idea di una sana ed antica semplificazione, dato energia alle aziende piccole e piccolissime, e forse ha anche rinvigorito, speriamo, in qualche giovane vignaiolo, la voglia di intraprendere.
    Se ci saranno energie nuove, queste sapranno sfruttare il patrimonio di una tradizione che altrimenti rischia di farci morire di pizzichi. Di politica commerciale non so dire, credo che venga prima il vino ed il concetto del vino.

  12. Gentilissimo ”uno che passa”..il chianti è in mano alle vecchie famiglie..o ..”alle LOGGE..” ?? ..se ripassa..ce lo dica per bene,per favore ..

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