I 2014 di Radda in Chianti mi fanno ritornare giovane

13686702_10153663834116771_6483482154348693750_n

Alla Stazione Leopolda, in occasione della Chianti Classico Collection del 13 Febbraio 2017, ho assaggiato numerosi vini Chianti Classico 2014. Ho davvero necessità di esprimere qui quali emozioni ho avuto perché la 2014 è stata un’annata difficile, in molti posti del Paese una tragedia, ma a Radda, miracolosamente, i bravi produttori sono riusciti, con tanto lavoro che voi umani non potrete mai capire 😉 , a produrre vini che mi rimandano a quando ero bambino e ragazzo.

Tempi molto diversi da oggi, il motorino Malanca era un miraggio per pochissimi ragazzi privilegiati, contadini che coltivavano ancora qualcuno c’era, nel paesaggio di Radda c’erano i campi di grano, di erba medica, di avena e le barche di covoni, i tanti vigneti promiscui, con i frutti e gli olivi, ma sopratutto c’era la gente schietta e abituata al lavoro, le donne ben sode, pratiche, senza trucco e senza tacchi e poi si andava per vigne a lavorare cantando col Beta tre marce 48 cc.

In quegli anni, che ho vissuto a Radda in Chianti, il vino assomigliava moltissimo al 2014 di oggigiorno, vini beverini, FINI, un piacere berli accanto al focolare con le castagne o con gli arrosti (magari di passerotti che all’epoca nidificavano in ogni tetto di casa colonica), senza fronzoli.

Insomma gli assaggi dei 2014 di Radda mi hanno ringiovanito.

Come superare il concetto della qualità dell’annata

Da decenni si parla della vendemmia del secolo, oppure della vendemmia triste. Credo che superare i pregiudizi sia la sfida per il futuro.

Ogni anno racchiude un essenza esclusiva propria dell’annata. I miei ricordi: la 2002 e la 2003. Annate opposte. La prima solo due settimane di sole, poi pioggia sempre, la seconda caldo estremo e siccitoso con 42 e più gradi per due mesi e mezzo. Vini completamente differenti, ma proprio per questo, in diversi casi, unici e ottimi. Si perchè il lavoro dell’uomo PUO’ condizionare in modo vantaggioso il corso della Natura. Ho assaggiato dei 2002 ottimi, eleganti e fini, ho assaggiato 2003 vigorosi, inebrianti e tosti.

Quello che vorrei sottolineare è come la capacità dell’uomo, magari un’azienda un’anno e l’altro anno un’altra, possa condizionare in modo unico l’annata sfruttandone la peculiarità.

Le grandi annate, le piccole annate, sono concetti riduttivi modellati per un consumo veloce e superficiale, magari adatto a quella informazione scadente sempre più potente ai tempi nostri.

Quel che occorre secondo me è divulgare le specificità delle annate: come si fa a dire che è migliore un vino più esile che un vino più corposo? O roba del genere? Un vino è ottimo quando è salubre, quando ti ricordi il vino che hai bevuto, quando ti rende lucida la mente, quando ti rende positivo e elaborativo. L’annata PUO’ essere secondaria.

I vini complementari

La natura è nostra madre, per cui come tutte le mamme insegna nella buona e nella cattiva sorte. Annate come questa la natura ci dice che occorre abbandonare la fissazione di fare solo ed esclusivamente quei vini che siamo abituati a fare, ma occorre sforzarsi di allargare gli orizzonti. Significa dare valore a quei vini minori, a volte considerati sottoprodotti, che possono però ritmare quelle variazioni così care ai musicisti, rendendo un senso di completezza a questa annata, considerata mediamente di scarsa qualità. E così produrre anche spumanti, bianchi, rosati e addirittura vendemmie tardive, può dare un grande significato al lavoro di chi, lottando ogni giorno, ha messo in condizioni la vite di esprimere complessità nel frutto sacro dell’uva.

Fuori dal coro

Mi dispiace ma mi sento fuori dal coro. L’annata è difficile, ma come tutte le annate occorre risolvere stoicamente situazioni sempre diverse. Ho scritto “mi dispiace” perchè capisco perfettamente quei viticoltori che hanno vissuto una stagione catastrofica per la grandine, per la pioggia a catinelle, per la peronospora e a cui l’antico proverbio “mal comune mezzo gaudio” istintivamente viene in mente. Ma non è così: L’Italia è lunga e i microclimi sono tantissimi, per fortuna.

Oggi mi sento di dover dire che sono molto soddisfatto qui a Caparsa: uva abbondante e maturazione che procede, grazie a molta fortuna e probabilmente alle temperature notturne molto basse di quest’anno che hanno evitato l’insorgere della peronospora anche grazie a pochi ma perfetti trattamenti antiporonosporici e al duro lavoro della legatura delle viti. Unica preoccupazione è la botritys, che condizionerà l’epoca della vendemmia. Epoca che al momento è impossibile prevedere. Giorno per giorno occorrerà giudicare per fare i giusti compromessi e decidere l’inizio. Si prevede un Settembre e un Ottobre nella norma, per cui, intrecciamo le dita!

Il galestro nel Chianti Classico: suolo top nel 2014

Il galestro è un suolo che ha un inconveniente: l’erosione. Ma il galestro in annate piovose e umide è il TOP. Non trattiene la pioggia, l’acqua percola, l’aridità del suolo conferisce poca energia alle viti e non ci cresce erba. E’ dunque particolarmente adatto nelle annate fresche e piovose come quest’anno. In questi terreni ci sono uve spettacolari.

Sui Monti del Chianti il galestro si trova nella dorsale che da Mercatale va verso Panzano. A Greve in Chianti nelle zone sopra Querciabella e Melazzano. A Radda in Chianti nella zona Nord, come qui a Caparsa, Docciole e Val Delle Corti. A Gaiole in Chianti, nelle zone alte come Monti, Cacchiano e S. Martino ma anche a S. Donato in Perano.

Dunque, riflettendo su quest’annata particolarmente piovosa e fresca, esistono luoghi dove sarà possibile fare eccellenze, nonostante tutto. I territori vocati si riconoscono anche in questo: se da millenni il vino viene lì fatto ci sarà una ragione…

Mi dispiace per quei viticoltori che in particolare al Nord stanno vivendo una situazione particolarmente difficile, per la sfortuna di avere avuto la grandine o per troppa piovosità, ma dire che l’annata 2014 non sarà una bella annata per tutti è sbagliato. Le macchie di leopardo esistono e sempre esisteranno, sia in annate caldissime e siccitose, sia in annate fresche e piovose. Occorre coraggio e perseveranza: in agricoltura si devono fare le media di 10 anni almeno per capire le tendenze. Io, ad esempio, nel 2010 ero disperato: oltre il 75% di produzione portata via dalla peronospora larvata, ma in quelle 4700 bottiglie che ho potuto imbottigliare c’è un qualcosa che non sarebbe stato possibile avere senza quella perdita.

Lezioni di vita.